“Orologi rossi”, la distopia e i nostri corpi

Libro Orologi rossi di Leni Zumas, Bompiani

Non è un libro per ragazzi, ma è una lettura che mi ha colpito in questi giorni, e ho pensato di condividerla con voi bibliofil@ immaginari, perchè tocca dei temi molto caldi e contemporanei e perchè, forse, per qualche insegnante o genitore o educatore che lavora con adolescenti potrebbe diventare addirittura una lettura-ponte per discussioni etiche e politiche.

Orologi rossi di Leni Zumas, edito da Bompiani, è un romanzo corale a quattro voci femminili – vivide tridimensionali – , ambientato in un futuro prossimo negli Stati Uniti. Un futuro permeato da una distopia misogina, segnato da politiche di crescente controllo sui corpi delle donne e di violenta limitazione dei diritti riproduttivi che ha sicuramente alcuni punti di contatto con l’universo creato da Margaret Atwood ne Il racconto dell’ancella.

Ro, Mattie, Susan e Gin vivono a Newville, idilliaca ancorchè brumosa cittadina dell’Oregon, a picco sull’oceano. Il loro è un mondo apparentemente vicino al nostro, nel quale, però, una dopo l’altra, sono state introdotte leggi conservatrici a discapito sempre maggiore delle cittadine. Prima è stato vietato l’aborto in qualsiasi circostanza, ed è stata messa in atto una procedura di controllo alle frontiere con il Canada (con test di gravidanza coatto) per le donne che avessero tentato di abortire oltre confine. Poi è stata bandita la fecondazione in vitro, e infine ci si avvia a restringere l’accesso all’adozione solo alle coppie sposate (l’autrice non fa riferimento esplicito alle coppie LGBTQ, ma sembra che l’impianto delle nuove leggi sia decisamente etero-patriarcale e che quindi anche queste siano escluse).

Orologi rossi traccia la traiettoria e i vissuti legati alla maternità di quattro donne di Newville, in un momento chiave delle loro vite. Roberta, Ro, che Zumas chiama La biografa, è un’insegnante quarantenne, indipendente e segnata da un lutto importante, che dedica il suo tempo libero con passione alla scrittura della biografia di un’esploratrice polare del diciannovesimo secolo. Ro vuole con tutte le sue forze avere un figlio, ma il tempo che le rimane è pochissimo: mancano 15 giorni all’entrata in vigore della legge che vieta le adozioni alle persone single, come lei, e i suoi tentativi di inseminazione artificiale si stanno dimostrando vani.

Susan, ovvero La moglie, casalinga insoddisfatta e madre di due bambini piccoli, capisce gradualmente di non voler più cercare di salvare il matrimonio nel quale si sente sempre più intrappolata, e inizia a immaginare un futuro diverso, nel quale il ruolo di mamma rimanga centrale, ma con spazi di realizzazione in altre sfere della vita.

Mattie, chiamata nel romanzo La figlia, ha quasi 16 anni. E’ incinta e non sa a chi chiedere aiuto, in un contesto nel quale rischia il carcere, oltre a possibili conseguenze di salute, se si affida alla rete degli aborti clandestini. Rimane l’opzione di dare il bimbo in adozione; Mattie stessa è stata adottata, e la sua condizione la porta a pensare ancora più spesso a chi sia la sua madre naturale, e a quale potrebbe essere la storia che l’ha portata a rinunciare a lei. La sua solitudine e la sua angoscia sono acuite dall’assenza della sua migliore amica, che poco tempo prima si era trovata nella sua stessa situazione.

Gin, Virginia, ovvero La guaritrice, vive nei boschi ed è il punto di riferimento segreto per molte donne della città, che ricorrono a lei per cure naturali e, da quando l’aborto è illegale, anche per pozioni abortive. Per la sua attività ed il suo aspetto selvatico, molti la chiamano strega. Come ai tempi dei processi per stregoneria, Gin induce nella gente fascinazione ma anche paura per i suoi poteri e per la sua condizione di donna sola ed eccentrica, fino al punto di venire ‘incastrata’ in una rete di accuse false ed incriminata per azioni che non ha commesso. Gin non ha figli, ma ha partorito una bimba, 16 anni prima, dandola in adozione.

Le vite delle quattro protagoniste si intrecciano nel rimandare sfaccettature diverse di questa realtà distopica eppure così familiare. Perchè i pregiudizi e stereotipi con i quali fanno i conti nel quotidiano sono gli stessi con i quali conviviamo anche noi. La differenza è che, nel loro mondo, ad un certo punto si è abbassata la guardia e le forze reazionarie hanno prevalso, facendo rimbalzare il paese indietro di 50 anni. La dissonanza tra le voci contemporanee, fresche, vicine a noi dei personaggi ed il mondo nel quale sono calate stride forse proprio perchè ci ricorda che il rischio di tornare indietro sui diritti, in questo ed altri ambiti, c’è sempre e dappertutto.

In questi giorni stiamo leggendo delle proteste, in Turchia, contro il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza delle donne. Nei mesi scorsi abbiamo assistito alla mobilitazione delle donne polacche contro le ulteriori restrizioni imposte riguardo alla legge che vieta l’aborto da una classe politica che si sta dimostrando anche ferocemente omofoba.
La Polonia, la Turchia potranno non essere il paese in cui viviamo, ma nessuna e nessuno di noi è veramente al riparo da possibili derive autoritarie future, e il corpo delle donne, specchio dei ruoli sociali che alcuni vorrebbero circoscrivere e definire rigidamente, rimane ancora un territorio di conflitto. Ed insieme al corpo, la definizione dei modi di creare una famiglia. La nostra cultura, di fondo, non è ancora libera da misoginia, stereotipi di genere ed omofobi che trovano un riflesso nelle politiche locali e nazionali, nelle proposte di legge che vengono contestate o in quelle che vengono avanzate; e che si possono tradurre in una sensazione di minore sicurezza fisica (ma anche, per certi versi, socioeconomica) nelle donne e nelle persone che fanno parte di una minoranza.
In tutta Europa e non solo si sono diffusi negli ultimi decenni movimenti con istanze legate al ripristino di una ideale “famiglia tradizionale” che propugnano, dietro a questa facciata, valori reazionari e spesso si legano a formazioni politiche di estrema destra.

Orologi rossi, con una scrittura acuta, tersa ed emozionante ci ricorda che non dobbiamo mai abbassare la guardia sui progressi conquistati dalle generazioni di attiviste e attivisti che ci hanno preceduto.

Zumas, L. (2018).Orologi rossi. Bompiani

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