“Il tunnel” e quello che ci aspetta dall’altra parte

Dov’è ittunnel?”

Queste sono state le prime parole sonnacchiose di mia figlia, appena sveglia, mentre balzava a sedere in mezzo al nostro lettone, qualche mattina fa. Polpetta deve ancora compiere due anni, e ha già avvertito la fascinazione degli albi illustrati di Anthony Browne. In questi giorni Il tunnel gira per casa nella nuovissima edizione di Camelozampa, e lo leggiamo in continuazione. Certo, Polpetta è una gnomambina dai gusti piuttosto eclettici per la sua età, ma lo vedo come un segno di quanta presa ipnotica possa avere un gigante della narrazione come Browne su lettori di età molto diverse.

Questo classico (pubblicato nel 1989, quando avevo l’età della piccola protagonista), come tante altre opere di Browne, si offre ad una lettura variegata, a più livelli, ricca come una torta multistrato, intriso com’è di simboli, richiami alla fiaba classica, alla mitologia, ma anche alla cultura pop.
Sguardi di lettori diversi troveranno, naturalmente, tra le sue pagine indizi diversi; pochi giorni fa mi sono imbattuta in un’analisi in chiave psicanalitica dell’albo. Quello che lascia a tutti o quasi tutti è una sensazione perturbante, forse di deja vu. Lettori grandi e piccoli affronteranno la sua trama con occhi diversi, e probabilmente i lettori senior riconosceranno gli echi delle fiabe cardine della propria infanzia nella storia.

Il richiamo al genere fiabesco è esplicito fin dall’incipit: C’erano una volta una sorella e un fratello che non si assomigliavano per niente. Solo nelle ultimissime pagine veniamo a conoscenza dei loro nomi, ma per la maggior parte della lettura Rose e Jack saranno solo “una sorella e un fratello”, due personaggi quasi archetipici. L’ambientazione è urbana, ci troviamo in una città inglese negli anni ’80 (e la pettinatura della piccola Rose è identica a quella delle mie cugine nello stesso periodo).
Dal realismo del contesto nel quale vivono i fratelli (l’ambiente domestico, le strade di un quartiere dove i bambini, pare, possono ancora giocare all’aperto senza la sorveglianza di adulti), che pure inizia ad anticiparci qualche elemento conturbante, veniamo catapultati ad un certo punto, attraverso l’avventura vissuta dai fratelli, in un contesto dall’inquietante alterità.

Una mattina questi due bambini ‘moderni’ degli anni ’80 vengono mandati fuori a giocare dalla madre, stanca dei loro incessanti litigi e battibecchi. Sarebbe troppo banale andare a giocare al parco, per cui i fratelli, cammina cammina, si ritrovano nello spiazzo di una discarica, un non-luogo dai tratti poco rassicuranti. Il fratello maggiore, con modi da sbruffone, si avventura dentro un tunnel misterioso, deridendo la sorella che cerca di trattenerlo. Ci potrebbero essere streghe, folletti, o qualunque cosa, là in fondo, lo avverte. La bambina, ci ha anticipato il narratore, passa la vita immersa nei libri, soprattutto di fiabe, e sa quello di cui sta parlando. Ma questa sembra essere la dinamica tipica tra i due bambini, che, nella quotidianità, abitano mondi paralleli: lei immersa nelle letture e nel fantastico, lui molto fisico, rumoroso, in perenne movimento e dispettoso verso la sorella più piccola.
Quando il fratello tarda ad uscire dal buco, la bambina si sente costretta ad affrontare la paura del tunnel, e ad attraversarlo.

Il tunnel era buio,
e umido, e viscido, e spaventoso.

Come Rose aveva temuto, o forse intuito, il tunnel è una sorta di portale verso un’altra dimensione, che dapprima assume le sembianze di un bosco silenzioso, ma presto, rispecchiando la sua crescente angoscia, diventa una foresta oscura e minacciosa, piena di simboli, forme spaventose, oggetti che richiamano anche altri generi di foreste, più urbane.
La bambina corre, ormai terrorizzata, in una doppia tavola a tutta pagina dal grande fascino, nella quale il suo cappottino rosso (che evoca Cappuccetto, ma anche la bambina di Schindler’s List) sfuma a rappresentare visivamente la sa velocità. Rose corre fino ad una radura, dove trova, all’interno di quello che potrebbe essere un cerchio delle fate, una statua dall’aspetto familiare. Con orrore, si rende conto che è Jack, suo fratello, vittima di un incantesimo che non ci verrà mai spiegato, ma va bene così.

Sarà Rose, la sorellina fifona, a salvarlo e poi a riattraversare con lui la foresta e il tunnel, ritornando a casa, con una nuova, segreta complicità ad unirli.
Il tunnel, così come la foresta buia, del resto, è un simbolo potente che può essere interpretato in tanti modi. Un passaggio oscuro che separa due zone di luce, che richiama il viaggio del feto al momento della nascita, ma può anche rappresentare un ‘passaggio obbligato’ della mente, dell’anima attraverso un’esperienza difficile o dolorosa. Una strada buia che intimorisce ma che è necessario attraversare per arrivare dall’altra parte.

Qualunque sia l’angolazione dalla quale osserverete questa storia, credo che anche voi sarete calamitati dalla sua bellezza e dalle sue atmosfere di familiare mistero, un mistero la cui chiave sembra rimanere continuamente ad un passo dal farsi afferrare.

Browne, A. (2021). Il tunnel. Camelozampa

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