In viaggio tra le immagini per coltivare la memoria

Quando si può  – o si deve –  iniziare a parlare ai bambini di temi difficili come la guerra e di episodi storici come la Shoah ed altre tragedie dell’umanità simili, più o meno distanti nel tempo e nello spazio? La risposta non la so. Non sono un’insegnante né una pedagogista; per adesso sono solo la mamma di una bebè dalla testolina pelata che aspetterà ancora alcuni anni prima di sentire parlare di queste tematiche. Credo che il quando sia soggettivo e sia una scelta degli adulti. Sul come, sono convinta che le storie possano essere un supporto prezioso. Che siano storie raccontate a voce da un testimone, storie vere raccontate in un libro o in un film, o storie di fantasia ambientate in una certa epoca, le narrazioni possono essere utili per “entrare” in un argomento insieme ai bambini o ragazzini non solo con la mente, memorizzando date e fatti storici, ma anche attraverso le emozioni.

La mia forse sarà un’opinione impopolare, ma credo che sia un bene introdurre questi argomenti piuttosto presto, nel corso della scuola primaria. Naturalmente fornendo informazioni in modo graduale, utilizzando linguaggio e fonti appropriati. Molti bambini sono per natura sensibili verso le ingiustizie e penso che non sia necessario aspettare la preadolescenza per costruire una base di empatia e consapevolezza rispetto a certe cose che sono andate storte, molto storte nella storia dell’umanità, che si sono ripetute in anni più vicini a noi (senza andare lontano, basta pensare al conflitto in Bosnia degli anni ’90) e che potrebbero continuare a ripetersi.

 Ricordo di aver sentito raccontare per la prima volta della guerra (“quella” guerra, la seconda guerra mondiale) e di Hitler nell’estate dei miei 8 anni. I racconti di mia nonna non mi hanno particolarmente traumatizzato, erano a prova di bambina impressionabile ed erano soprattutto legati alla sua esperienza di ragazza nel suo paesino, ma per la prima volta qualcuno mi aveva raccontato cos’era la guerra e cosa successe, a grandi linee, in quegli anni. Compresa la deportazione degli ebrei, il fatto che dovessero scappare o nascondersi. Qualche anno dopo, in seconda media, complice uno spettacolo su Anna Frank a teatro, ho avuto una fase di lieve ossessione per la Shoah, in cui ho divorato tutti i libri (ok, erano pochi, non andavo ancora in biblioteca per conto mio) che ho trovato a disposizione sull’argomento.

Quello che ricordo con più affetto è un grande classico: Quando Hitler rubò il coniglio rosa di Judith Kerr. Io l’ho letto alle medie, ma credo che si possa proporre anche a piccoli lettori voraci di 9-10 anni, magari per una lettura condivisa, in classe o a casa. La storia di Anna – di ispirazione autobiografica – può essere una buona introduzione ‘soft’ all’argomento, perché la piccola protagonista e la sua famiglia da Hitler riescono a scappare in tempo. La trama si incentra soprattutto sulla nuova vita di Anna e suo fratello, prima in Francia e poi in Inghilterra, sulla loro integrazione: le difficoltà di inserirsi in una nuova scuola, di imparare un’altra lingua, la nostalgia e il cuore che si stringe guardando indietro, pensando agli amici rimasti in Germania, in pericolo. Il clima del nazismo e il terrore si respirano forte nei primi capitoli, quando la famiglia prepara la propria fuga attraverso l’Europa. La me pubescente ha letteralmente trepidato con Anna, Max e i loro genitori fino al loro arrivo in Francia, finalmente al sicuro (almeno per un po’).  E’ disponibile in italiano anche il seguito, La stagione delle bombe, nel quale ritroviamo Anna adolescente a Londra. Qualche anno fa ho trovato, in inglese, anche un terzo volume – A Small Person Far Away –  nel quale Anna, ormai adulta, torna in Germania, a Berlino Ovest, a visitare la madre.

Di libri su questa tematica ce ne sono moltissimi e tanti sono di grande qualità.
Per una bibliografia ampia e ragionata vi suggerisco di curiosare, tra altri siti, su Teste Fiorite o su Libri e Marmellata.  Oggi vi vorrei raccontare di due libri che ho incontrato da poco e che giocano sapientemente con il linguaggio delle immagini per trasportare i lettori nel passato, in questi capitoli drammatici che fanno parte della nostra storia collettiva.

Il primo è un altro classico che non conoscevo bene: Otto di Tomi Ungerer, edito da Mondadori. Un libro fisicamente piccolo ma di grande impatto emotivo e di ampio respiro.
Mentre la Anna di Judith Kerr ha nostalgia del  coniglio giocattolo abbandonato nella sua vecchia casa e “rubato” dai nazisti – simbolo, se vogliamo, della perdita dell’innocenza o della spensieratezza – qui è proprio un pupazzo il protagonista e il narratore. Attraverso illustrazioni accattivanti e intense scopriamo la storia di Otto, un adorabile orsacchiotto di pezza che vive i suoi primi anni in Germania a giocare con il piccolo Davide e il suo amichetto Oscar. La tragedia della guerra, e la tragedia nella tragedia che è la persecuzione razziale lo separeranno dai suoi due amici più cari. Davide indossa una stella gialla sul cappotto e un giorno viene portato via insieme ai suoi genitori, Otto non sa perchè. Oscar e l’orsetto rimangono soli, intristiti per la sorte incerta del loro amico, e la guerra continua; il padre di Oscar deve andare al fronte, e un giorno un’esplosione distrugge la sua casa. Otto viene catapultato lontano e viene trovato da un soldato americano, al quale salva la vita “schivando” un proiettile. La sua vita avventurosa continua negli Stati Uniti, dove gioca con le figlie bambine del soldato e trova di nuovo una casa. Per una serie di sfortunate peripezie – qui Otto ci ricorda un pochino un altro capolavoro, Clown di Quentin Blake – si perde di nuovo e finisce nella spazzatura. Venduto ad un rigattiere, viene rimesso in sesto ed esposto in vetrina. E sarà proprio qui che lo ritroverà, incredulo, un anziano turista tedesco. E’ Oscar, il suo piccolo amico, ormai invecchiato. Sia lui sia Davide, scoprirà Otto, sono sopravvissuti – gli unici delle loro famiglie – agli orrori della guerra e del nazismo, e il trio si riunisce, dopo molti decenni, intrecciando di nuovo i fili di un’amicizia interrotta.

Credo che questo testo si possa leggere insieme a bambini dai 7 anni circa in su. La narrazione tocca temi drammatici con delicatezza ma senza edulcorarli troppo. La voce dell’orsacchiotto funge da filtro, il suo è uno sguardo da cucciolo sulla realtà, che però lascia trapelare la tristezza e il dolore che fanno parte della traiettoria dei piccoli protagonisti. C’è malinconia, nel finale, perché le cose brutte successe tanti anni prima non possono essere cancellate, le persone care non possono tornare indietro. Ma ci sono anche consolazione, resilienza e speranza. C’è un legame che da sempre ha ignorato l’odio e le divisioni imposte dall’alto, e che è sopravvissuto a tante traversie. C’è un papà che non torna più dalla guerra, e ce n’è un altro che ritorna, c’è un paese devastato che faticosamente verrà ricostruito. Ci sono due bambini che sono diventati grandi in un mondo crudele e sono riemersi dal buio conservando almeno una parte della loro purezza.

Il secondo libro che ho letto nei giorni scorsi – grazie al favoloso sistema di prestito di ebook al quale ho scoperto di poter accedere attraverso le biblioteche civiche della mia città – è fresco di stampa. Si tratta di Mai più di R.J. Palacio ed è una graphic novel, appena edita da Giunti, che si inserisce nella serie di Wonder andando a sviluppare un tema accennato nel libro dedicato a Julian, uno dei protagonisti di questo universo narrativo.
La storia si apre con una videochiamata di Julian alla nonna di origini francesi, Sara.  Che se vogliamo fare i pignoli, anagraficamente potrebbe essere più una bisnonna, dato che era adolescente nei primi anni Quaranta e ai giorni nostri ha un nipote preadolescente,  ma non ci interessa in questo frangente.  Julian vuole scrivere della nonna in un tema per la scuola, e le chiede di raccontargli in modo più approfondito una storia legata al periodo della guerra, quando era ragazzina. Per Sara non è facile riaprire quel cassetto, ma accetta di farlo per il nipote. Ed ecco che veniamo trasportati nei primi anni Quaranta, appunto, in una cittadina del sud della Francia. La parte settentrionale del paese è occupata dai tedeschi, e l’ombra nazista si sta proiettando, minacciosa, anche sul mondo della giovane Sara, ragazzina borghese, figlia di ebrei di origini belghe non  praticanti, che vive serena, frequentando una scuola progressista, e ama disegnare. La tranquillità della sua vita quotidiana inizia ad incrinarsi con le graduali restrizioni imposte agli ebrei, con l’odio razziale che si insinua tra le pieghe del tessuto sociale della cittadina e con le discussioni tra i genitori: il padre vorrebbe fuggire con la famiglia all’estero, mentre la madre vuole rimanere in Francia. Un giorno come gli altri, l’orrore prende il sopravvento: i nazisti organizzano un rastrellamento. Sara, nascosta nel campanile della sua scuola, assiste attonita alla cattura di un gruppo di suoi compagni e all’uccisione del partigiano che aveva cercato invano di portarli via, d’accordo con il direttore.
A trovarla prima dei nazisti sarà Julien, un ragazzino della sua classe, snobbato o vessato dalla maggior parte dei compagni perché zoppica a causa della poliomielite che ha avuto da piccolo e perché proviene da una famiglia modesta. Sara non aveva praticamente mai parlato con Julien, ma lo segue giù nella cripta della cappella scolastica e poi nelle fogne della città, che lui conosce perché il padre lavora alla loro manutenzione. L’idea geniale di Julien salva letteralmente la vita a Sara: attraverso le fogne i due ragazzini raggiungono il villaggio dove vive la famiglia di lui, alle porte della città, e qui Sara verrà nascosta in un fienile e protetta per anni dal compagno di classe e dai suoi genitori, nell’attesa di potersi, forse, ricongiungere ai suoi familiari scomparsi. E’ un mondo crudele quello che circonda i due giovanissimi protagonisti. Un mondo sempre più oscuro, nel quale però continuano a vedere la luce: quella degli affetti, delle letture e dello studio, delle lunghe chiacchierate clandestine la sera, quella del bosco vicino a casa di Julien, dove una notte i due corrono insieme tra le campanule appena sbocciate e dove si scambiano il loro primo bacio. E’ un mondo crudele che riscuoterà il suo prezzo di sangue per la tregua concessa  a Sara. Ci sono i sommersi e i salvati. Sara sopravviverà e vedrà la fine della guerra, ritroverà suo padre, ritornerà a scuola, e inizierà una nuova vita, segnata dai lutti subiti ma alla luce del sole. Julien verrà sommerso dall’ondata di violenza di quei tempi bui. E poi ci sono le persone gentili, quelle che si ribellano, silenziosamente o meno, alle ingiustizie. Julian è molto colpito dalla storia e promette alla nonna di non dimenticare la sua storia e di non rimanere passivo davanti alla  crudeltà umana, qualunque forma possa assumere.

 Nell’epilogo, l’uccellino bianco che, nella storia, rappresenta una sorta di proiezione di Sara, vola nel cielo di Parigi e poi sopra l’Atlantico fino a sorvolare le strade di Manhattan, dove un fiume di gente sta manifestando contro la brutale politica di Trump contro i migranti. Julian è un puntino all’interno di quel fiume; Julian, ci fa sperare la storia,  crescerà con uno sguardo più critico verso le ingiustizie. Che si tratti di bullismo,  razzismo,  abilismo, di abusi di potere. In questo senso la graphic novel si lega agli altri volumi di Wonder. La nonna esorta Julian (in crisi dopo la vicenda avvenuta a scuola, dove si è comportato da bullo) a guardare avanti imparando dai suoi errori, a non rimanere intrappolato e definito da questi ultimi. Così come lei ha saputo superare la vergogna per come si era comportata a scuola con Julien, prima di conoscerlo realmente.
Molto suggestive le citazioni dalla poetessa Muriel Rukeyser che aprono le diverse sezioni del libro.

Palacio supera positivamente la prova di questo  linguaggio espressivo per lei nuovo – quello della graphic novel – in un testo che risuona nel lettore facendo convivere lo spessore della caratterizzazione della protagonista e la freschezza della narrazione con alcune sfumature che  possono risultare lievemente didascaliche. D’altra parte, il volume comprende, in calce, un breve apparato di schede didattiche, un glossario, una bibliografia e altre risorse per approfondire la tematica dell’Olocausto, quindi si propone esplicitamente come potenziale strumento didattico. A mio vedere, Mai più è valido a più livelli: come testo letterario autonomo, per la lettura personale, e come supporto all’interno di percorsi educativi, “vitamina” contro il periodico ritorno di razzismi, settarismi e muri.

 

Kerr, J. (2009). Quando Hitler rubò il coniglio rosa. BUR Rizzoli

Palacio, R.J. (2020). Mai più. Per non dimenticare. Giunti

Ungerer, T. (1999). Otto. Autobiografia di un orsacchiotto. Mondadori

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