Orangeboy: quella Londra sotterranea che non vorreste conoscere

Era rimasto in libreria per un po’ di mesi, finchè non è venuto in vacanza con noi in montagna. E a quel punto Orangeboy di Patrice Lawrence mi ha trasportato a Londra, la città che è nel mio immaginario da sempre e che ha un posto speciale nella mia storia personale, anche se non ci ho mai vissuto. La Londra di Marlon Isaac Asimov Sunday, il sedicenne protagonista di queste pagine, non è, però, quella preconfezionata delle guide turistiche, nè quella periferica-ma-cool con placidi pub e librerie di seconda mano, nè quella della City e del mondo finanziario. E’ una metropoli sotterranea e al contempo molto reale, quella delle gang, nella quale è figo riuscire a restare tutto intero, se sei legato, tuo malgrado, alla cerchia sbagliata.

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Orangeboy, edito in Italia da Giralangolo, ha avuto molto successo nel Regno Unito, dove una parte della critica ha accolto con favore il ritratto multisfaccettato e non edulcorato delle relazioni razziali e della cultura delle gang che emerge da questo urban drama. Un’opera che mi ha ricordato, a tratti, The Hate U Give di Angie Thomas (di cui trovate la recensione qui).

Marlon è un ragazzo di Hackney, tranquillo e con un filino di complesso di invisibilità; cerca accuratamente di restare fuori dai guai con il tenace contributo della madre, a cui è molto legato. Ha perso il padre da piccolo, mentre suo fratello, Andre, ha visto la sua vita cadere a pezzi a causa del suo coinvolgimento in attività di spaccio e della sua appartenenza ad una gang.  In seguito ad un incidente, provocato da una sparatoria, il fratello maggiore di Marlon ha riportato gravi danni cerebrali e vive, sempre più rabbioso e scollegato dal mondo, in una comunità.
La vita relativamente serena del protagonista viene stravolta, all’inizio di questa storia, da un altro incidente. Una delle ragazze più popolari della scuola, Sonya, inaspettatamente lo invita ad uscire insieme, ma il loro primo ed unico appuntamento al luna park si rivela, come dire, un fiasco totale. Sonya lo convince ad assumere dell’ecstasy, per la prima volta, e gli mette in mano un sacchetto di pasticche da custodire, un attimo prima di entrare nella casa stregata. Sonya non uscirà viva dalla giostra: un malore la uccide all’improvviso, a fianco di un terrorizzato Marlon.  Dati i precedenti del fratello, la polizia interroga il giovane protagonista, di colore, dando per scontato che fosse stato lui a drogare la ragazza, bianca e, forse per questo, ancora più adatta, stereotipicamente, al ruolo della vittima; alla fine, viene scagionato da ogni sospetto, ma niente sarà più come prima. Il misterioso contatto con Sonya è il primo di una serie di pericolosi eventi che trascinano l’adolescente sempre più in fondo ad un tunnel, portandolo a inanellare un’ansiogena sequenza di scelte poco compatibili con la sua sopravvivenza. A partire dal topos numero uno dei gialli per ragazzi: perchè rivolgerti alla polizia, se hai tra le mani un oggetto e contatti fondamentali per le indagini, quando puoi, invece, improvvisarti detective e mettere in gioco – letteralmente – la pelle? Perchè chiedere aiuto ad un adulto quando il livello delle minacce, anche fisiche, nei tuoi confronti, aumenta di giorno in giorno?

Il tono e il ritmo della scrittura sono incalzanti e l’autrice riesce, dopo poche pagine, a farci provare simpatia per il giovane protagonista, nonostante, poche pagine dopo, al lettore over 16 venga da gridargli “Ma sei fuori?!”. Che è, più o meno, quello che qua e là cerca di dirgli Tish, amica dall’infanzia di Marlon e sua vicina di casa,  un’adolescente che non le manda a dire a nessuno e che meriterebbe uno spin off tutto per sè. Potrebbe,  pretty please, Ms Lawrence?

L’autrice ci accompagna a comprendere, passo dopo passo, i ragionamenti, le paure, le emozioni di Marlon, man mano che il giovane si inabissa in una rischiosa spirale verso il basso, invischiato, contro la propria volontà, in una rete di relazioni sempre più pericolose, piccolo pesce rosso in una vasca di squali.

Se, in superficie, Orangeboy si può gustare come un godibile thriller, c’è di più tra le sue pagine. Ci sono legami familiari e di amicizia forti e sani, che resistono alle intemperie; e, sullo sfondo, ce ne sono altri drammaticamente tossici, come quello tra Sonya e la madre.
C’è la fotografia senza filtri, e senza zuccheri aggiunti, di un sottobosco crudele, spietato, violento, legato da rigidi codici di onore e lealtà, che attira molti giovani temporaneamente sbandati o senza risorse tra le sue file.
C’è il tema della vendetta, da perpetuare sui consanguinei dei propri nemici, e della necessità di interrompere la catena del “dente per dente” se non si vuole impazzire o autodistruggersi.
E anche quello, pesante, delle colpe che ricadono, in questo caso, non di padre in figlio, ma da un fratello all’altro. Per quanto sia profondamente ingiusto, Marlon, che era solo un bambino quando Andre era attivo nella gang, rischia di pagare un prezzo molto alto per le scelte del fratello, o per le colpe che i suoi ex compagni imputano erroneamente a lui. Se allarghiamo lo zoom, vediamo che Marlon, pur avendo la grande fortuna di avere una madre dalla forte personalità, determinata a farlo studiare e a tenerlo lontano dalle compagnie che hanno rovinato Andre, e una famiglia che dà molto valore alla cultura, proviene da un contesto non particolarmente privilegiato. In una nazione che porta ancora i segni di una struttura sociale profondamente classista, dovrà impegnarsi più di altri per trovare un suo spazio e una sua identità, emancipandosi dalle etichette invisibili che sente appiccicate alla pelle. Perchè il monito “Mind the gap” non vale solo per l’interstizio tra treno e banchina della metropolitana.

Lawrence, P. (2019). Orangeboy. Giralangolo EDT.

Età consigliata: dai 14 anni.

Fonte dell’immagine “Mind the gap”: Pixabay.

 

 

 

 

 

 

 

 

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