The Hate U Give: trova la tua voce e fanne buon uso

Avete presente quella sensazione di “Oh nooo, è già finito?!” quando arrivate all’ultima pagina? Dopo aver chiuso questo libro sono stata vittima di un attacco di nostalgia di un quartiere di periferia di una non meglio definita città statunitense dove non ho mai messo piede. Per fortuna ho scoperto che il film tratto dal bestseller The Hate U Give è in uscita in autunno (negli Stati Uniti) e quindi, presto o tardi, potrò rivivere questa storia  attraverso  lo schermo.

The Hate U Give è la classica storia di una giovane che trova la sua voce, che fa propria la consapevolezza di saper dire la verità, perché essere coraggiosi non significa non avere paura, ma fare ciò che si ritiene giusto anche se ti tremano le gambe. Che non è poco, comunque – a tanti di noi umani non basta una vita. E’ una storia personale che si intreccia in modo vivido ad un capitolo, ancora più che mai aperto, di storia collettiva: quello dei movimenti che lottano contro il razzismo istituzionalizzato e la brutalità della polizia negli Stati Uniti. Tra questi, indubbiamente Black Lives Matter è una delle realtà che ha avuto più visibilità mediatica negli ultimi anni.  Nonostante la presenza di questi topoi, non è affatto una narrazione scontata nella sua articolazione e nella fotografia che scatta di una società che non ha ancora finito di fare i conti con una delle sue più laceranti contraddizioni.

Quella di Angie C. Thomas è una voce fresca, tagliente, profonda. Una voce che convince, che buca le pagine come un attore può bucare lo schermo, forse perché il mondo  al quale ha dato vita in queste pagine lei lo conosce, e lo racconta quasi con affetto, senza edulcorarne i lati più aspri e senza rinunciare ad una generosa dose di ironia, autoironia e humour.  Il suo non è il solito young adult politicamente corretto; è politicamente necessario.

La traduzione di “THUG”, acronimo formato dal titolo del libro, si colloca in un continuum di sfumature che va, grosso modo, da teppista a delinquente. Ma “THUG LIFE” è anche l’acronimo creato dal rapper e attivista Tupac Shakur, a significare “The hate you give little infants fucks everybody”; un messaggio che ritorna nel corso della storia, nella voce di vari personaggi, che ne danno varie interpretazioni. Il senso di fondo rimane, comunque, che la discriminazione che subiscono i bambini si ripercuote, a lungo andare, sull’intera società.

Starr Carter è un’adolescente che sente di avere una doppia identità. Quella ‘al naturale’ nel suo quartiere, abitato prevalentemente da persone nere, e quella che indossa ogni giorno nel prestigioso liceo che lei e i fratelli frequentano, per volere della sua molto determinata madre, nei quartieri alti. Due mondi che ama entrambi ma che vede come impenetrabili l’uno per l’altro, troppo diversi per potersi comprendere a vicenda. Per questo le sue migliori amiche di scuola, nonché appassionate compagne della squadra di basket, non vengono mai a trovarla a casa, né la sua amica intima e quasi-sorellastra del quartiere viene mai invitata ad uscire con loro; per questo, il suo ragazzo – un adorabile nerd che sa a memoria Willy, Il principe di Bel Air, ma innegabilmente biondo – non è ancora stato presentato alla sua famiglia e agli amici del quartiere.

Conosciamo Starr nella notte che segnerà per sempre una cesura nella sua vita, fino ad allora relativamente serena, di sedicenne. Una festa nel quartiere si conclude prima del previsto per via di una sparatoria; Starr alla festa ha rivisto Khalil – che è suo amico da quando erano piccoli e che è stato, per lei, un ibrido tra un fratello extra e la sua prima, quasi inconsapevole cotta – e, nel trambusto del momento, sale in macchina con lui per ritornare a casa. I due teenager stanno chiacchierando e scherzando, quando un’auto della polizia li ferma, chiede loro i documenti, li interroga e perquisisce Khalil, che è disarmato. In pochi secondi, succede l’insensato, succede l’irreparabile: il poliziotto (che Starr da allora chiamerà One Fifteen dal suo numero identificativo) spara al ragazzo, mentre era di schiena, chinato verso l’abitacolo a chiedere all’amica se stesse bene.

È l’inizio di un percorso doloroso, che in un primo momento vede Starr chiudersi in se stessa, sotto shock per assorbire il primo impatto di quanto è accaduto, e poi vede risvegliarsi in lei la rabbia. La percezione dell’insensatezza della violenza alla quale ha assistito. La profonda ingiustizia della narrazione che sente diffondersi riguardo all’amico, liquidato dai media come un piccolo spacciatore, come se questo elemento bastasse a giustificarne l’assassinio. Scoprire da un’altra persona che conosceva Khalil che l’amico aveva iniziato a spacciare per il capo di una gang per pagare un debito contratto dalla madre tossicodipendente, ma che aveva sempre rifiutato di entrare nella gang, accresce la sua percezione dell’ingiustizia strutturale che vede molti giovanissimi della sua comunità scivolare, contro la loro volontà e i loro desideri, in una spirale di illegalità e violenza semplicemente per sopravvivere.

Starr non è sola: intorno a sé si muove una famiglia dai confini complicati e che ha attraversato molte strade dissestate nel tempo, ma accogliente e dai valori saldi (i cui riferimenti principali oscillano tra il Vangelo e i Dieci Punti delle Pantere Nere). Due genitori capaci di ascoltare la figlia e darle il tempo e lo spazio di reagire, di decidere che ruolo assumere riguardo a ciò che le sta succedendo, e un clan esteso, nel quale non sempre si respira una calma zen, ma che rappresenta una calda rete di supporto.

Come una ragnatela intorno a lei, si estende il quartiere, che solo i suoi abitanti possono definire ‘il ghetto’. Un microcosmo che viene ritratto nella sua complessità. Da una parte, la scarsità di risorse economiche e culturali che spinge i giovani con un background familiare disfunzionale, povero o inesistente tra le braccia delle due principali gang rivali, che controllano il territorio, gestiscono la micro (e non solo) criminalità locale e sono la principale fonte delle frequenti sparatorie che animano il quartiere. Per molti ragazzini, entrare in una gang significa non solo poter portare qualche soldo a casa, ma avere aiuto, protezione e assistenza materiale, in un circolo vizioso che è difficilissimo spezzare.  La violenza per strada rende il quartiere pericoloso e porta con sé periodi di coprifuoco e blocchi della polizia, in uno stato di perenne tensione. Dall’altra parte, quella del quartiere è una società a maglie strette, con un forte controllo sociale, nella quale le persone sono unite e divise da complesse reti di parentela, lealtà, solidarietà, inimicizia.

Entrambi i genitori di Starr svolgono un ruolo visibile nella comunità: la madre come infermiera nella clinica locale e il padre come gestore di un piccolo negozio di quartiere. Nell’arco temporale in cui si svolge la storia, si acuisce tra di loro il contrasto riguardo ad una decisione importante per il loro futuro: Lisa vorrebbe trasferire la famiglia in una zona della città più sicura, mentre Maverick, fino all’ultimo, vede questa ipotesi come un tradimento verso la sua gente e come una scelta borghese.

L’uccisione di Khalil finisce immediatamente sui media. Il poliziotto non viene incriminato e a Starr, convocata per testimoniare l’accaduto, sembra che siano proprio lei e Khalil, le vittime dell’aggressione, ad essere messi sotto inchiesta. Ad acuire il dolore, il ricordo di un’altra perdita subita da Starr, quando la migliore amica sua e di Khalil era stata uccisa per caso durante una sparatoria in strada. A 10 anni.

Dopo il funerale dell’amico, Starr entra in contatto con un’avvocata e attivista del movimento antirazzismo, che – insieme allo zio Carlos, poliziotto – le sarà di grande supporto nell’affrontare le successive tappe dell’investigazione, fino alla deposizione al gran giurì. Sfidando la sua stessa paura, la protagonista inizia a tirare fuori, letteralmente e metaforicamente, la propria voce, ad articolare i pensieri e la rabbia in messaggi chiari. Due momenti chiave sono il suo intervento all’interno di una trasmissione televisiva nazionale, e quello, con un megafono in mano, ad una manifestazione di protesta. Una scelta coraggiosa, quella di dire la verità: non solo il contesto della giustizia è apertamente orientato da un forte pregiudizio verso ragazzi come lei e Khalil, ma il pericolo maggiore e molto concreto proviene  dal potente boss di una delle due gang rivali del ghetto, che esercita forti pressioni sulla sua famiglia perché Starr si trattenga dal parlare apertamente di Khalil e del suo legame con la gang stessa, in quanto spacciatore. Nel frattempo, la comunità nera non sta in silenzio, ed inizia ad organizzare proteste per strada, chiedendo che emerga la verità sull’uccisione del ragazzo, ennesimo caso di questo genere. I mesi passano, in un crescendo di tensioni sia esterne, sia interne: Starr attraversa le varie fasi del lutto e della presa di coscienza del suo difficile ruolo di unica testimone dei fatti, dal quale deriva la responsabilità di ottenere giustizia per Khalil in un contesto a dir poco ostile.

Sono mesi nei quali, a cascata, Starr diventa sempre più consapevole di come la questione razziale attraversi tutta la sua vita quotidiana, tutti gli aspetti delle relazioni sociali, come un filo invisibile. Il razzismo spicciolo, quotidiano, rispecchia e al contempo è alla base di quello istituzionalizzato, delle forze dell’ordine e del sistema della giustizia.
Se i genitori afroamericani devono istruire i figli già da piccoli non solo su come prendere l’autobus da soli, ma su come comportarsi esattamente in caso vengano fermati dalla polizia, beh, forse qualcosa non va.

Sono mesi nei quali alcuni rapporti, di amicizia e familiari, si consolidano ulteriormente, anche attraverso la durezza di questa prova, altri si spezzano, mentre i due mondi della protagonista si avvicinano sempre più, fino ad incontrarsi.

The Hate U Give delinea e caratterizza in modo convincente numerosi personaggi minori, che contribuiscono a creare un quadro tridimensionale. La voce solista è quella di Starr, forte e limpida, ma tante altre voci creano un controcanto significativo.

Per scoprire l’esito delle investigazioni e ciò che ne sarà dei Carter, alla fine di questo tumultuoso periodo, non vi resta che immergervi tra le pagine del libro.

Come ricorda l’attivista storica Angela Davis, il razzismo è al centro della storia degli Stati Uniti. La battaglia per i diritti civili degli anni ’60 e ’70 ha portato importanti innovazioni a livello legislativo; ora c’è chi parla di un’era post razziale, ma c’è ancora tanta strada da fare prima di arrivare all’equità sotto ogni punto di vista. Così come la strada è lunga in Europa, dove molti paesi devono affrontare le complesse conseguenze della colonizzazione, ma anche delle dinamiche di potere che hanno continuato ad esistere, a livello politico ed economico, tra potenze del Nord del mondo e paesi del Sud globale.

Se vi interessa approfondire alcune di queste tematiche, potete dare una sbirciata a questa intervista con Angela Davis realizzata all’interno dell’ultimo Festival di Internazionale o al suo ultimo libro, pubblicato di recente in Italia, La libertà è una lotta costante.

Un altro punto di vista tagliente e molto interessante sul tema delle relazioni razziali (negli Stati Uniti e in Europa) è quello proposto da Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie. La protagonista, Ifemelu, è una studentessa universitaria nigeriana che si trasferisce negli Usa e diventa all’improvviso cosciente del colore della sua pelle. Il suo incontro/scontro con la cultura nordamericana, i suoi tabù e i suoi feticci si riflette nel blog che Ifemelu scrive e che diventa per lei un importante – provocatorio e contestato – canale di espressione, alternandosi, per il lettore, al racconto del presente e del passato di Ifemelu e del suo compagno, tra Africa, Europa ed America.

 

Adichie, C.N.(2014). Americanah. Einaudi

Davis, A. (2018). La libertà è una lotta costante. Ponte alle Grazie

Thomas, A.C. (2017). The Hate U Give. Giunti
Età consigliata: dai 13 anni.

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