Non chiamarmi strega

Capita a molti figli, in un momento o nell’altro, di provare insofferenza o di sentirsi soffocati dalla figura di un genitore ‘ingombrante’. Un genitore dalla personalità molto forte o carismatica, che svolge un ruolo pubblico, molto visibile, una posizione che influisce in qualche modo sui figli mettendoli in ombra o facendo ricadere su di loro precise aspettative. Oppure ancora, che incarna una posizione di rottura rispetto ai modelli sociali prevalenti. Non sempre, però – fortunatamente – crescere con una madre o un padre così mette i figli in pericolo di vita.

Dopo le ultime due ‘puntate’ della nostra carrellata di storie autunnali legate al fantastico e alla paura, dal linguaggio del fumetto passiamo a quello, più classico, del romanzo, per parlare di Non chiamarmi strega di Sabina Colloredo, ripubblicato da Gallucci quest’anno (ne esiste una precedente edizione, del 2005, di Einaudi Ragazzi) e arricchito dai disegni di Fabio Visintin. Un libro che ci porta vicino e lontano. Vicino, perchè le sue vicende si snodano tra Italia e Germania, e lontano perchè è ambientato nel Cinquecento, nel contesto della caccia alle streghe in Europa. Vicino e lontano anche perchè il vissuto delle protagoniste sembra mandarci un riflesso antico, ma vivido di alcune dinamiche sociali che si sono evolute, ma non del tutto dissolte o risolte.

Lucetta è una bambina, e poi una ragazza che ha la possibilità di fare esperienze diverse da quelle della maggior parte delle sue coetanee, viaggiare, imparare una professione molto utile e conoscere una grande varietà di persone. Dall’altra parte, cresce in una posizione marginale all’interno della società nella quale vive, una posizione che può passare in brevissimo dal quasi privilegio al pericolo e che costringe madre e figlia più e più volte a fuggire e abbandonare quella che consideravano la loro casa. Melusina, sua madre, fa l’erborista e la guaritrice. Opera attraverso lo studio della natura e del corpo umano, ed alle sue conoscenze unisce poteri ancestrali, poteri che anche Lucetta probabilmente potrà sviluppare.
Melusina è una madre diversa dalle altre, che spicca in mezzo alle altre donne, libera, determinata, passionale e che non ha paura di usare il proprio potere per guarire e per assistere le persone nei passaggi della nascita e della morte.

Ancora molto piccola, a cinque anni, Lucetta viene strappata dalla sua prima casa e fugge con Melusina nei boschi per fuggire dall’Inquisizione. Conosce la paura, il terrore; si rende conto che non ci si può mai fidare completamente dei compaesani e che la posizione sua e della madre nel luogo dove vivono è precaria, la situazione può precipitare da un momento all’altro se il villaggio viene preso di mira dagli Inquisitori. Una consapevolezza che si sedimenta nella bambina, innescando in lei una forte rabbia verso la madre, che esponendosi troppo le ha obbligate a sradicarsi e scappare, e la certezza di non voler seguire la sua stessa strada. Lei non diventerà una guaritrice, lei non sarà mai una strega.

Dopo la fuga, madre e figlia iniziano una nuova vita a Triora, borgo dell’entroterra ligure che ospita una sorta di oasi felice nella quale coesistono, nel rispetto reciproco, religione cristiana e donne dai poteri magici. Melusina è sollevata nel poter vivere ed esercitare la sua professione alla luce del sole, circondata da persone affini, in un clima di tolleranza e quasi di ecumenismo. Lucetta diventa un’adolescente, stringe nuove amicizie, coltiva segretamente un amore impossibile, si affaccia timorosa al suo primo sabba, con le sue danze sfrenate e la sua consacrazione collettiva del potere femminile. E al contempo continua ad avere una relazione turbolenta con la madre e con tutto ciò che rappresenta. A Triora conosciamo un aspetto ulteriore della vita di Melusina, che ama passionalmente gli uomini ma non vuole farsi imbrigliare nella rete del matrimonio; quando rimane incinta della sorellina Erika, Lucetta è felicissima. Al suo arrivo se ne innamora ed inizia a prendersene cura come se fosse la sua bambina, per compensare le attenzioni di Melusina, che percepisce come scostanti. La sorellina manifesta fin da piccolissima abilità molto forti e si intuisce che è destinata a diventare una strega potente.
Purtroppo il vento feroce dell’Inquisizione sta per abbattersi anche su Triora (tristemente celebre per i suoi processi alle streghe); avvertite da una visione della piccola Erika, molte delle streghe abbandonano le loro case e partono alla ricerca di luoghi più sicuri. Il peregrinare di Melusina e delle sue figlie prosegue prima verso Roma e poi, sette anni dopo, verso la Germania, scossa dalla scissione luterana. Qui la famiglia sembra trovare un rifugio pacifico in una fattoria isolata, ospitata da Othar, un contadino tedesco. Nasce una terza sorella, Serafina; un’altra bambina che Lucetta, in sostanza, crescerà quasi come fosse sua. Ma per Melusina e le sue figlie anche questa tregua è finita. E’ ora di partire, ancora, questa volta verso un monastero nel Nord Italia.

E tra una tappa e l’altra, Lucetta diventa una donna e abbraccia quella che ora riconosce come una vocazione. Non ha i poteri della madre e della sorella, ma nel tempo si è appassionata al lavoro di guaritrice, e non solo. Vuole continuare ad imparare, a studiare le scienze mediche, diventare sempre più esperta. Alla fine seguirà la strada tracciata da sua madre, ma a modo suo, e si costruirà una vita indipendente e laboriosa, come Melusina.
Il rapporto con le figure maschili è, senza dubbio, un nodo problematico irrisolto che attraversa la narrazione e le esperienze di madre e figlia. Le relazioni personali di entrambe con gli uomini, con uomini molto diversi tra loro – certo non tutti violenti o malvagi – non hanno mai un esito sereno, forse perchè si fanno metafora della relazione irrisolvibile della chiesa e, più in generale, della loro società con le donne. Una relazione di potere dispari, una visione oppressiva che si traduce brutalmente nella sanguinaria e crudele caccia alle streghe. Melusina è una donna che sta scomoda nel XVI secolo, troppo libera, amante della sua indipendenza, consapevole delle proprie capacità. E’ il tipo di donna che l’Inquisizione vuole schiacciare, estirpare.

Una narrazione che ci permette di affacciarci su un’epoca e una società nella quale affondano le radici della nostra epoca e della nostra società, e di avvicinarci alla figura multisfaccettata della strega da una prospettiva insolita, a cavallo tra la fiction e il romanzo storico.

Colloredo, S. (2020). Non chiamarmi strega. Gallucci

Età consigliata: dai 12 anni

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