Frullato arcobaleno: giovani e rinfrescanti letture queer

Il 28 giugno sono passati cinquant’anni dai moti di Stonewall. Cinquant’anni dalla notte che segnò un punto di svolta per la consapevolezza di quello che sarebbe poi diventato un insieme di movimenti per i diritti delle persone che oggi si definiscono sempre più spesso queer – a raggruppare un insieme di identità ed orientamenti sessuali e di genere numericamente minoritari rispetto al modello eterosessuale, cisgender.  La lunga strada verso la visibilità e i diritti non inizia a Stonewall, ma quella notte a New York sicuramente rimane un momento cardine, un riferimento storico per gli attivisti di tante parti del mondo.

Per celebrare il Pride Month – che ormai è finito – ho deciso di tuffarmi in una piccola infornata di letture che toccano il mondo queer, per il percorso di alcune e alcuni dei suoi protagonisti, ma che non hanno l’omosessualità o la bisessualità come tema “problematico” principale.
Cercavo qualcosa che andasse al di là del classico romanzo di formazione drammatico nel quale il protagonista entra in crisi a causa dei dubbi sulla propria sessualità e si scontra con l’ambiente esterno. Importantissimo, questo genere, per permettere a chi non ha mai vissuto nei panni di una persona L, G,B,T, Quellochevogliamo di indossare per qualche giorno le scarpe di chi, sì, purtroppo ancora oggi può subire discriminazioni o violenza a causa della propria identità. Così come sono importanti i testi dal taglio storico-politico, che raccontano il percorso del movimento o fotografano una certa società in una certa epoca.  Ma una persona giovane che oggi sente propria una di queste identità potrebbe desiderare di più: per esempio, di sentirsi rappresentata con realismo e varietà di sfumature all’interno di storie che non abbiano come unico tema (e/o problema) quella stessa identità.

Ho letto questi libri sotto forma di e-book nel giro di poche notti e si sono confermati le letture fresche che cercavo. Ho trovato la varietà di sfumature, ho trovato voci frizzanti, acute, profondamente contemporanee che spero di ascoltare ancora. Il target principale di riferimento di queste autrici è quello dei young adult, ma con flessibilità – intendendo per flessibilità che possono essere apprezzati all’incirca dai 13 ai 103 anni, a seconda dei propri gusti.

Piccole donne a New York di Rey Terciero e Bri Indigo è una graphic novel uscita da poco anche in italiano, all’interno della collana Il Battello a Vapore della Piemme.  Se siete tra coloro che hanno le sorelle March scolpite nell’immaginario come le facce dei presidenti statunitensi sul Monte Rushmore, e siete aperti alle mille trasposizioni e variazioni sul tema nate dall’opera di L.M. Alcott, non potete perdervi questa novità. Cercherò di limitare gli spoiler al minimo. I March sono una gloriosa famiglia ricomposta e socialmente impegnata, nata dall’amore di una coppia che gli americani definirebbero biracial. Meg è figlia biologica di lui, Jo di lei, Beth ed Amy sono arrivate poco dopo. Mrs March è una fisicamente morbida, interiormente tostissima infermiera che vive con le quattro figlie adolescenti a Brooklyn, mentre il marito lavora prevalentemente all’estero in missioni di pace.

Non è semplice intessere in una trama contemporanea gli elementi di un’opera iconica lasciando ai personaggi principali la loro anima, conservando la vivacità delle varie voci, rispettando il ritmo, la tensione etica e lo spirito di una saga scritta oltre 150 anni fa. Terciero e Indigo ci riescono, e il risultato è armonioso, pieno di vitalità.
Le sorelle March sono proprio loro,  i personaggi che amiamo, trasfigurati in modo convincente e tridimensionale nei panni di quattro giovani donne di oggi, ciascuna con il proprio temperamento, le proprie passioni, fantasmi personali e sfide da affrontare. Naturalmente Jo è tutti noi. La linea narrativa queer, che si intreccia con le altre in modo equilibrato, riguarda lei, in un’intuizione che aveva già avuto Isabel Franc ne Las razones de JoMa ho particolarmente apprezzato anche questa versione di Amy, preadolescente cicciottella, vivacissima, sempre affamata, adorabilmente sfacciata e drago dei videogames. Non vi dirò altro, del resto cosa succede in Piccole donne, grosso modo, lo saprete già.

These Witches Don’t Burn di Isabel Sterling ci accompagna nell’inizio estate di Hannah. Che fa il liceo, ha fatto coming out da un po’, nel tempo libero lavora in un negozio di chincaglierie magiche per turisti nella città dove vive (Salem), ha una ex dalla forte personalità sempre tra i piedi, dei genitori carucci, una migliore amica tenerina e molto presente. La cosa divertente è che il vero conflitto, o equilibrismo identitario Hannah non lo vive riguardo al suo orientamento sessuale. La sua vita da adolescente apparentemente nella media, infatti, si deve conciliare con gli impegni da giovane strega all’interno della congrega della quale sua nonna è la severa somma sacerdotessa. Una situazione nella quale Hannah è, comprensibilmente, un filino sotto pressione. Specie quando a Salem iniziano ad accadere incidenti oscuri e sospetti. Chi ci sarà dietro questa serie di inquietanti rituali ed avvenimenti? Un manipolo di Blood Witches, la fazione di streghe e stregoni dediti ai rituali più (appunto) pericolosi, potenzialmente violenti? Oppure ci sono dei cacciatori di streghe in città? Cacciatori di streghe in senso letterale, non (solo) nel senso lato, a noi contemporaneo, di uomini di mezza età misogini che temono il potere delle donne e cercano di limitarne i diritti e la libertà.
Mentre il cerchio sembra stringersi intorno ad Hannah e alle persone a lei più vicine, la strega adolescente fa nuovi incontri e si trova in situazioni dalla crescente spinosità, nelle quali nascondere la sua identità magica – obbligo assoluto della congrega – diventa sempre più difficile.  Potreste avvertire un senso di perdita dopo aver finito questo giallo/coming of age soprannaturale, ma grazie alla Dea, Isabel Sterling sta già scrivendo il sequel.

Ship it di Britta Lundin parlerà al cuore di tanti giovani (e non) nerd e li farà scassare dalle risate. In una brillante e arguta commistione tra realtà e fiction, Lundin, autrice televisiva che ha lavorato a serie come Riverdale, ci porta a camminare per due lune nei mocassini di Claire, adolescente solitaria che sta attraversando una fase di amorosa ossessione verso la serie tv Demon Heart ed è attivissima nel fandom, per il quale scrive anche roventi fanfiction. Lundin alterna il punto di vista di Claire con quello di uno dei due protagonisti maschili della serie, Forest, un giovane attore alle sue prime esperienze importanti, e con pagine di fanfiction scritte da Claire. Chiunque abbia bazzicato un po’ il mondo parallelo (ma che può creare dipendenza) delle fanfiction o dei ComiCon potrà sorridere nel ritrovare alcune delle dinamiche che conosce, come quella delle ‘ship’ (il fenomeno per cui i fan scommettono su una coppia non ancora reale nella narrazione filmica), raccontate con una lente autoironica, desacralizzante e al contempo tenera. Dai punti di vista sia di una giovane fan, sia di un inconsapevole attore, sia di chi lavora dietro le quinte di una serie tv e ne conosce luci, ombre e compromessi.

Per Claire, come per altri giovani ai quali la accomuna la stessa passione, questo universo di finzione è importante; con i suoi alti e bassi, è un mondo nel quale può non solo trovare evasione, ma ispirazione ed energia in momenti di solitudine o scoraggiamento. Piccola digressione: sono così numerosi, nei young adult, i protagonisti sfigatini e solitari, ‘diversi’ ma brillanti, che mi chiedo: dov’erano, tutti costoro, negli anni ’90 quando io facevo il liceo?

Né Claire né Forest sono personaggi “risolti”. Sono  due giovani viaggiatori alla ricerca di qualcosa, con lati ombrosi sui quali temono di gettare luce e spigoli pungenti; hanno ancora tanto spazio per crescere, conoscere se stessi, e in parte lo faranno conoscendo l’un l’altra, nel corso della vicenda che rocambolescamente li lega e che farà mescolare, per Claire in particolare, i piani della realtà e della finzione.

Per quanto la tematica possa sembrare leggera, lo è solo in superficie. Il mondo delle serie tv e dei fandom diventa il veicolo per sviluppare una serie di temi non banali: le tante sfumature delle identità queer e la ricerca di una definizione di sè, che talvolta può rimanere fluida e non avere contorni così netti; il coming out in diverse fasi della vita e l’outing; l’imbarazzo nel sentirsi diversi (in quanto appassionati di ComiCon, non in quanto queer) dai pari, l’amicizia e le relazioni tra adolescenti e tra adulti, e tra adolescenti e adulti. Ma si parla anche dell’influenza dei mondi di finzione sull’immaginario collettivo di giovani e meno giovani, di queerbaiting e della relazione, sempre più rilevante, tra i creatori e autori delle serie tv e il pubblico che li segue (e sempre più li orienta e li influenza) attraverso i social media: fin dove è opportuno che si spinga questo rapporto?

E ancora, viene ampiamente esplorato il tema, particolarmente caldo oltreoceano, della rappresentazione della diversità sociale nelle opere di finzione. Se è vero che è importante, specie per un pubblico giovane che appartiene ad una minoranza (etnica, sessuale o di altro genere – pensiamo, ad esempio, alle disabilità) vedersi sempre più rappresentato nei film o nelle serie che guarda, fino a che punto gli autori devono farsi condizionare da questo principio, da questa responsabilità nel creare personaggi, ambientazioni e trame?

L’ultimo titolo di questa breve carrellata, Hurricane Child di Kheryn Callender, ci porta nelle Isole Vergini Americane a seguire le orme di Caroline, dodicenne “figlia dell’uragano”, nata sulla sua piccola isola in una notte di tempesta, il che è considerato un presagio di sventura. E proprio ora, Caroline sta attraversando un lungo periodo particolarmente amaro ed infelice. Da un anno sua madre è andata via di casa, facendo lentamente perdere le proprie tracce. La ragazzina non ha quasi persone su cui poter contare a livello affettivo, si sente abbandonata a se stessa, non amata, su tutti i fronti. Non c’è nessuno, nella sua vita, capace di abbracciarla, consolarla, farle sentire che ha ancora la terra sotto i piedi.  Suo padre rifiuta di affrontare l’argomento della sparizione dell’ex moglie e a scuola Caroline è oggetto di bullismo e vessazioni continue, con venature razziste, sia da parte delle compagne, sia da parte della sua principale insegnante. Ad accrescere la sua inquietudine e il suo profondo senso di solitudine, dopo la scomparsa della madre Caroline ha iniziato ad avvertire presenze invisibili alle altre persone, tra cui quella di una donna vestita di nero che sembra quasi inseguirla: uno spirito con intenzioni malvagie, o un fantasma più benevolo?
A rimescolare le carte arriva Kalinda, una nuova compagna di classe dal carattere magnetico che, dopo poco, le si avvicina e comincia a dare respiro e colori alle sue giornate. Caroline non si sente più sola contro il mondo: Kalinda sembra avere in comune con lei il dono di sentire gli spiriti che vagano nelle isole, e cerca di aiutarla a sbrogliare il mistero della sparizione di sua madre, indizio dopo indizio.
Il delicato processo di scoperta di sé di Caroline, che assume gradualmente consapevolezza dei suoi sentimenti per Kalinda in un contesto culturale piuttosto omofobo, va in parallelo con la ricerca della mamma, che è il vero filo conduttore principale della storia; un obiettivo per il quale la ragazzina si sente pronta ad abbandonare tutto ciò che conosce e a perdersi nel regno degli spiriti. Anche se non è lì che sua madre è finita. È da dinamiche complesse, ma umane, non paranormali, che è iniziata la crisi che l’ha portata ad allontanarsi; ed è da un luogo molto più terreno che inizierà il suo percorso, tutto in salita ma necessario, di riavvicinamento alla figlia. Che si inserirà in un più ampio processo di costruzione di una famiglia allargata per Caroline, in seguito alla scoperta di segreti tenuti nascosto troppo a lungo dagli adulti.

 

Callender, K. (2018). Hurricane Child.Scholastic Press

Età consigliata: dai 12 anni

Lundin, B. (2018). Ship it. Freeform Books, Los Angeles – New York

Età consigliata: dai 14 anni

Sterling, I. (2019). These witches don’t burn. Razorbill, Penguin Random House LLC

Età consigliata: dai 15 anni

Terciero, R., Indigo, B. (2019). Piccole donne a New York. Piemme

Età consigliata: dai 12 anni

 

 

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