Qui c’è tutto il mondo: malinconica immersione negli anni ’80

Quando, l’estate scorsa, ho saputo che in autunno sarebbe uscita una graphic novel con la sceneggiatura di Cristiana Alicata, illustrata da Filippo Paris, ho deciso immediatamente di leggerla.

A Cristiana Alicata, nonostante abbia scritto una varietà di altri romanzi dopo, rimango prima di tutto grata per Quattro, pubblicato da Il Dito e la Luna nel 2006, perchè ha contribuito a rendere immaginabile, e immaginabile qui in Italia, per me, la famiglia che poi il destino mi ha permesso di formare. Inoltre ero incuriosita dall’ambientazione di metà anni Ottanta, dall’intreccio di temi promesso dalla sinossi e dal fatto che il fumetto è una sorta di ‘espansione’ di parte della trama del romanzo di Alicata Ho dormito con te tutta la notte.

Qui c’è tutto il mondo, edito da Tunuè, è un libro diverso da come lo avevo immaginato, più agro che agrodolce. Non ne sono rimasta delusa, tuttavia il suo sapore è molto più cupo – a tratti angosciante – e meno leggero di quanto mi aspettassi.
A livello estetico, Paris ci regala un’esperienza immersiva: le tavole, sovente con taglio cinematografico, aiutano efficacemente a calarsi nelle atmosfere ricreate, nelle diverse stagioni attraversate dalla protagonista.
La narrazione ci propone un’intersezione di temi complessi e uno sguardo aperto alla profondità della galassia di emozioni nella quale la piccola Anita si trova a navigare. Per questo, anche se la protagonista è una bambina la cui età non supera, presumibilmente, gli 8 o 9 anni, la lettura è da proporre, a mio vedere, ad un target di lettori più grandi.
Questa graphic novel fotografa un periodo della vita di Anita, una manciata di stagioni cruciali nelle quali la sua famiglia, dal sud Italia, si trasferisce in un paese nella provincia di Bergamo durante l’inverno più freddo degli ultimi cento anni. Come una raccolta di diapositive, Qui c’è tutto il mondo ci racconta il suo processo di ambientamento, negli anni di ascesa della lega nord, in un contesto rurale e un po’ razzista, le sue nuove amicizie con Tina ed Elena, il suo disagio rispetto alle aspettative di genere, la sua sofferenza quando si rende conto che nella sua famiglia le cose non stanno andando bene.

Quello che più ho apprezzato di quest’opera è il suo ritratto sensibile, onesto di un’infanzia difficile, con tante ombre. Per quanto noi adulti tendiamo a rimuoverlo, l’infanzia non è sempre, non è quasi mai, un tempo spensierato al cento per cento, mai sfiorato dal dolore, dal malessere, dalla rabbia. Questo è un libro che riflette queste zone d’ombra, che possono riguardare i bambini di ogni condizione sociale. E non sempre i bambini più ‘protetti’ a livello materiale lo sono anche sul piano affettivo. Accanto ad Anita intravediamo scorci delle ombre di Tina, con la sua rabbia verso i grandi e il suo desiderio di rivalsa che a volte la rende a sua volta aggressiva, e di Elena, dalla salute fragile, cresciuta dalla nonna come una bambina d’altri tempi.

Al cuore dell’esperienza di Anita, in questo frammento di vita che ci viene raccontato, troviamo una sensazione di essere fuori posto. Fuori posto rispetto ai modi di essere e di fare attesi da una bambina in seno ad una famiglia e ad una comunità cattoliche e tradizionaliste negli anni ’80. Fuori posto nella provincia profonda lombarda, dove la chiamano “terrona” e dove sente la mancanza dei luoghi dove era cresciuta e del nonno. Fuori posto perchè non ha le parole per dire i suoi sentimenti, per dire che si sente innamorata di un’altra bambina, mentre il suo fratellino può parlarne candidamente e i grandi ne sorridono.

A destabilizzarla ulteriormente in questa faticosa fase di crescita arrivano i primi segni della malattia mentale che sta colpendo la madre. La mamma è come abitata da un mostro: si comporta in modo strano, a tratti è svanita, in altri momenti ha scatti d’ira e anche di violenza imprevedibili, che si riversano anche sulla bambina. Anche per raccontare quest’esperienza angosciosa Anita non ha le parole. Non le hanno i grandi intorno a lei, che genericamente le dicono che la mamma non sta bene e che lei deve fare la brava. La sofferenza di sua madre – così come, prima dell’insorgere del suo male, la sua insoddisfazione, la sua probabile infelicità – va tenuta nascosta, deve rimanere invisibile, e la sofferenza di Anita non viene riconosciuta.

L’amicizia tra bambine diventa il luogo nel quale trovare riparo per salvarsi dagli elementi disfunzionali delle proprie famiglie di origine. Il rifugio nel quale cercare di consolarsi dalla tristezza o dalla paura di ciò che non funziona a casa, lì dove dovrebbe essere in teoria il nostro posto sicuro anche emotivamente. Un po’ per malessere e ribellione verso il mondo incomprensibile dei grandi, un po’ per gioco e per spirito di avventura, Anita, Elena e Tina progettano una fuga, un viaggio in zattera sulla scia di Huckleberry Finn: un sogno che percorre tutto il libro, essendo la narrazione sviluppata su diversi piani temporali. Non a casa le pagine che ritraggono le tre bambine nei loro giochi all’aperto sono più chiare, cromaticamente più distese e luminose. L’amicizia e gli strumenti della fantasia, che permettono ad Anita di trasfigurare la bassa bergamasca immaginandosi di essere sul Mississippi, sono un principio di resilienza, un appiglio indispensabile al quale la mente si aggrappa per non deragliare di fronte a ciò che è troppo brutto, che non si riesce a spiegare, che il cuore non riesce ad accettare.

La narrazione non ha una conclusione rassicurante ed il finale rimane, in un certo senso, aperto; quello che ci viene offerto è la possibilità di fare un pezzo di strada con le protagoniste, di camminare per alcune lune nelle loro scarpe. Senza sapere, come non possono saperlo loro, dove quella strada – d’acqua o di mani o di polvere – le porterà.

Alicata, C., Paris, F. (2020). Qui c’è tutto il mondo. Tunuè

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