“Chinglish”: evadere da una babelica adolescenza si può

In queste lunghe settimane mi sono riproposta di attaccare, lentamente, il mio personale Shelf of Shame, o scaffale della vergogna: la mensola che ospita una dozzina di libri trovatelli che ho raccolto nell’ultimo anno tra mercatini vari e che non ho ancora letto.
Tra questi sono stata particolarmente attratta da Chinglish. An almost entirely true story di Sue Cheung, romanzo autobiografico pubblicato nel 2019 dalla Andersen Press.
L’avevo pescato al volo durante una rapida incursione con Polpetta dormiente in un charity shop di Bristol. Dalla quarta di copertina si presenta come un brillante diario adolescenziale, condito da illustrazioni e vignette dell’autrice, che riflette con ironia le vicende  di Joanna, figlia di immigrati di Hong Kong che cresce in una cittadina inglese nei primi anni Ottanta.  L’identità ibrida, “chinglish”, appunto, le avventure e sventure semiserie di una ragazzina negli intricati anni che vanno dai 13 ai 17.

Si tratta di questo, ma c’è anche molto altro. Ho iniziato ad intuirlo quando mi sono accorta che in calce al libro, in ultima pagina, sono riportati i numeri verdi di vari enti inglesi dedicati al sostegno ai minori contro gli abusi.
Jo inizia a scrivere nel suo diario nel 1984, a 13 anni, nel momento in cui la famiglia Kwan si trasferisce da Hull a Coventry, dove i genitori hanno rilevato un takeaway.  L’inizio non è entusiasmante: il loro appartamento sopra il negozio è piccolo e angusto e il sollievo di essere tornata a vivere vicino al fratello maggiore, quindicenne, si mescola all’inquietudine di non sapere perchè, cinque anni prima, si fosse trasferito dai nonni, e perchè la sua relazione con i genitori sia tuttora molto fredda. Jo, però, decide di raccontare al suo diario solo cose positive o divertenti. E così è, per una buona metà del libro. Lo stile è irriverente, il ritmo incalzante: conosciamo la sorellina precoce e fastidiosa, i genitori completamente assorbiti dal lavoro e socialmente isolati, scontrosi e disattenti verso le figlie, un fidanzatino di passaggio, pittoreschi vicini di negozio e la nuova amica goth e anticonformista conosciuta a scuola, Tina, ancora di salvezza in una situazione altrimenti piuttosto desolante. Incontriamo anche vari, sfortunati, animali domestici che si avvicendano, con esiti tragicomici, nella vita della famiglia. Scopriamo che la passione di Jo è il disegno, e che la sua nuova insegnante di arte la incoraggia a coltivare questo interesse.  Jo racconta la sua quotidianità con uno sguardo al contempo vulnerabile e sarcastico.  Viene dedicata attenzione alla complessità della sua esperienza di migrante di seconda generazione, che per i suoi tratti somatici viene identificata in automatico come cinese dagli inglesi e diventa spesso oggetto di microbullismo e di commenti ignoranti per questo, ma intimamente e culturalmente si sente distaccata, separata dalla cultura di origine dei suoi genitori. Una dimensione importante di questo senso di estraniamento è quella linguistica. Mentre Jo e i suoi fratelli utilizzano abbastanza bene l’inglese a scuola, nella vita quotidiana e tra loro, non c’è una vera e propria lingua condivisa all’interno della famiglia. La madre non ha mai imparato la lingua locale; il padre parla inglese, ma limita al minimo le interazioni con il pubblico. Tra di loro i genitori parlano un dialetto diverso dal cantonese, usato invece dai nonni e da altri parenti e non hanno mai insegnato sostanzialmente ai figli nè l’uno nè l’altro. Come conseguenza, il dialogo di Jo con i genitori e i nonni è approssimativo e frammentario, così come lo è la relazione di cura.  Attraverso la lingua comune passano tantissime cose, dal linguaggio dell’affetto alla trasmissione culturale, e su entrambi i versanti la comunicazione tra  Kwan è sempre stata carente, aggiungendo un ulteriore gap tra generazioni dalle esperienze di vita già molto distanti.

Nella narrazione trova molto spazio anche il cibo, di cui si discute molto spesso, anche se non con una connotazione particolarmente positiva. Il cibo tradizionale cucinato dai genitori raramente è ‘comfort food’; alle ragazzine non piace molto, viene imposto con rare concessioni a opzioni diverse e a volte scarseggia (è Jo a preoccuparsi che la sorellina abbia qualcosa per la colazione). La preparazione del cibo, che si svolge incessantemente nella cucina del takeaway, assorbe completamente le giornate della madre e viene vissuta dalla figlia come qualcosa di opprimente, slegato da elementi di piacere o di creatività. Il cibo assurge, in un certo senso, a simbolo del rapporto conflittuale della protagonista con le sue origini cinesi, che rappresentano per lei più un peso, un’eredità controversa, che una ricchezza. 

Ogni tanto compare, come un’ombra di passaggio, un accenno ai ‘momenti di cattivo umore’ del padre, che Jo e la sorellina Bonny cercano di monitorare e dribblare, evitandolo il più possibile. Fino a che, ad un certo punto, la protagonista decide di scrivere la verità, la sua verità, dando spazio nel diario, al di là del filtro dell’autoironia, a tutto ciò che va storto nella sua vita. Crescendo, Jo inizia ad imparare a dare un nome alle cose, a vedere con altri occhi le dinamiche della sua famiglia di origine e a ricordare episodi rimossi della sua infanzia, confrontandosi con il fratello. Veniamo a sapere che il padre ha un problema di dipendenza dal gioco, che lo ha portato più volte in bancarotta, costringendo la famiglia a trasferirsi; e che va incontro a occasionali scoppi di ira e di violenza fisica, con sfumature sadiche, verso i figli e la moglie. Questo è il motivo per cui il fratello più grande si era allontanato, ed è un problema che continua ad acuirsi, per culminare in un episodio particolarmente spaventoso. All’abuso fisico si sovrappone la dimensione, in un certo senso altrettanto angosciosa, della trascuratezza e del sostanziale abbandono anche emotivo dei figli, che sono lasciati a loro stessi per la maggior parte del tempo e con i quali è assente qualunque connessione affettiva. Il quadro si fa ancora più sconcertante con l’arrivo, a sorpresa, di un nuovo fratellino, la cui cura viene affidata in larga parte alla protagonista, in quanto sorella maggiore.

Jo gradualmente realizza di dover cercare una via d’uscita sia dalla rete vischiosa e tossica dei legami familiari, sia dalla prospettiva di continuare a lavorare con i genitori.  Guarda con lucidità alla disfunzionalità dei Kwan, comparandoli con altre famiglie che conosce, cinesi e inglesi, nessuna perfetta ma tutte più equilibrate e serene della sua. Anche se si sente in colpa verso i fratelli più piccoli, capisce di doversi costruire da sè un piano, un progetto che la porti a formarsi e realizzarsi lontano. E lo trova. 

E’ un momento dolceamaro quello della sua partenza.  Almeno, per me, lettrice adulta, tanto più sapendo che si tratta di una storia vera.
Perchè la via di fuga Jo la trova quasi interamente da sola (anche se col sostegno morale della sua migliore amica). Perchè incontra sulla sua strada qualche figura adulta che avrebbe potuto essere di supporto, ma in alcuni casi non vuole chiedere aiuto, e in altri sono gli adulti a chiudere un occhio, o anche due. Perchè per fortuna ce l’ha fatta, perchè è una ragazza resiliente e tenace e cercherà di costruirsi una vita più sana e felice, ma l’assenza di amore e supporto nei suoi primi 17 anni inevitabilmente lascerà un buco dentro di lei.
Il tema dell’abuso non viene “risolto”. Questa è una testimonianza, per quanto in forma narrativa. Non troviamo, alla fine di queste pagine, un lieto fine rassicurante per la sorella e il fratello più piccoli o per la madre di Jo, non ci è dato sapere che cosa ne sarà di loro. La scelta di Cheung è stata quella di raccontare la traiettoria di un personaggio, nella sua voce di adolescente immigrata di seconda generazione negli anni ’80, con il livello di consapevolezza e con lo sguardo che aveva lì ed allora.

Appartenendo io stessa a una minoranza, mi chiedo se Cheung abbia dovuto superare anche dubbi e resistenze (interiori e non) rispetto alla rappresentazione del suo gruppo sociale di origine. Ha scelto di raccontare la sua storia così com’è andata, al di là di ogni aspettativa di correttezza politica e senza edulcorare gli aspetti più crudi della sua esperienza personale nel timore di trasmettere un’immagine negativa della comunità cinese in generale.  La stessa voce di Jo delinea lucidamente una distinzione tra la sua famiglia e la società circostante. La sua famiglia non è disfunzionale perchè i suoi genitori sono cinesi, o perchè sono immigrati. Lo è perchè suo padre e sua madre, come individui, sono irrisolti e inadatti al proprio ruolo.

Credo che ci sia voluto grande coraggio per l’autrice nel tirare fuori dal cassetto questa storia, questa voce. Nel tesserla in tutte queste sfumature, intrecciando l’angoscia e la speranza, i momenti buffi e quelli tragici, con l’intento dichiarato di dare forza ad altri ragazzini che, oggi, si ritrovino in situazioni analoghe. E che – si spera – possano trovare anche supporto all’esterno.

 

 

Cheung, S. (2019). Chinglish. An almost entirely true story. Andersen Press

Età consigliata: dai 13 anni.

 

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