Scoprire,crescere, scrivere: giovani letture queer d’autunno

La vita è tutta un coming out, non solo se ci si riconosce in una identità LGBTQ. Possono essere tanti i momenti in cui ci si ritrova a dover esplicitare e ripetere, a se stessi e agli altri, una verità che per qualcuno può risultare scomoda; un tratto della propria identità, oppure una scelta cruciale.

Essere omosessuali o transgender, queer se preferite, non è una scelta.  E’ una scelta dirselo in faccia, e dirlo ad altri, quando e se lo vogliamo; è una scelta vivere in pace con se stessi, o almeno cercare di farlo, tenendo insieme tutti i pezzi variegati che compongono il puzzle che siamo. Come tutti quanti, del resto; ma se apparteniamo ad una minoranza che qualcuno ancora disprezza o minaccia, ci può volere un po’ di forza in più per mettere in pace quella parte di noi con tutto il resto. A seconda di dove ci troviamo nello spazio e nel tempo e nel personalissimo tragitto della nostra evoluzione interiore, questo processo può essere più o meno semplice e andare più o meno liscio.  E non finisce mai; quello che cambia è la nostra consapevolezza e la leggerezza con la quale ci muoviamo nei nostri panni, col tempo.

I due young adult di cui vi racconto oggi, oltre ad avere la copertina gialla (giuro che non è il motivo per cui li ho abbinati!) hanno in comune alcuni elementi e temi. Entrambi sono ambientati negli Stati Uniti e ritraggono delle giovanissime donne in un momento chiave del loro affacciarsi alla vita adulta. Entrambi contengono anche, ma non solo, storie di coming out e di conoscenza di sé. E storie legate, in modo diverso, al potere della scrittura e della rappresentazione. Parliamo di Pulp di Robin Talley, edito da Harper Collins e di Juliet takes a breath di Gabby Rivera, pubblicato da Penguin.

Pulp offre un gradevole gioco di scatole cinesi, con diversi livelli di narrazione che si mescolano e due principali assi temporali. Seguiamo la storia di Abby, adolescente a noi contemporanea, che è all’ultimo anno delle superiori e in questo periodo, come direbbe mia moglie, si sente un po’ smottata. Continua a vedere a scuola la sua ex ragazza,  Linh, minimizzando verso di lei e verso se stessa i suoi sentimenti residui, che non si sono magicamente trasformati in amicizia dalla sera alla mattina. I suoi genitori si stanno fisicamente, geograficamente evitando: quando la madre è in città il padre va via per lavoro, e viceversa, mentre i due figli galleggiano, dubbiosi, in un clima di guerra fredda. Sta arrancando a scuola e non ha ancora deciso quale progetto finale sviluppare in vista del diploma. Quando la prof di scrittura creativa la mette alle strette al riguardo, segue il filo di un’illuminazione improvvisa. Ha scoperto da poco il filone del pulp lesbico: romanzi che iniziarono a circolare, semiclandestini, nei perbenissimo anni Cinquanta. Abby s’inventa su due piedi un progetto: analizzare la struttura e i topoi dei romanzi pulp e scriverne, a sua volta, uno, rielaborando in una chiave queer contemporanea i canoni di questo genere narrativo. Ad accendere il suo interesse è stato un libro in particolare, Women of the Twilight Realm di Marian Love, che rispetto ad altri suona molto più vero, intenso e fuori dagli schemi – ad esempio, attraverso una conclusione aperta al posto del classico finale tragico. Man mano che Abby si immerge nella lettura e rilettura del romanzo, in lei matura l’idea di trasformare il suo progetto in una ricerca, mettendosi sulle tracce della scrittrice, apparentemente scomparsa nel nulla dopo la pubblicazione di quest’opera molto popolare.

Nel frattempo, nel 1955, conosciamo Janet, che ha più o meno la stessa età di Abby e sta scoprendo a sua volta il pulp lesbico e la sua stessa identità. Mentre vive, timidamente, al settimo cielo ma lievemente terrorizzata, l’inizio di una relazione con la sua migliore amica, inizia a vedere i suoi sentimenti (inconfessabili per la sua epoca) rispecchiati tra le pagine dei romanzi pulp, che legge avidamente e di nascosto, confortata dalla consapevolezza di non essere la sola al mondo a provare quello che prova. Sull’onda di questa scoperta ha contattato via lettera la sua autrice preferita, chiedendole consigli per iniziare a scrivere, a sua volta, ricevendo in risposta un suo incoraggiamento. La storia di Janet e Marie si intreccia con quella della crescente passione di Janet per la narrazione. Due passioni che crescono, entrambe, al buio, necessariamente segrete. Ombre sempre più scure si allungano all’orizzonte, e per Janet e Marie i pericoli sono reali, concreti. Siamo nell’epoca della cosiddetta lavender scare: negli uffici governativi le persone sospettate di essere omosessuali possono facilmente perdere il lavoro e la reputazione. O la libertà personale in senso lato, nel caso di Janet, se la sua famiglia dovesse scoprire la verità. Quello in cui si muove la giovane è un mondo perfettamente ordinato e soffocante, nel quale uomini e donne devono rimanere rigorosamente al proprio posto, interpretando gesti e ruoli precisamente codificati e prestando molta attenzione a non calpestare il confine sbagliato. Riuscirà la giovanissima scrittrice a scampare, nella sua vita reale, il dramma e/o l’infelicità perenne che caratterizzano il finale dei romanzi pulp? Potrà sottrarsi al suo unhappy ending?

Come è facile prevedere, ma comunque con un minimo di twist, le strade di Abby e Janet si incroceranno. E la ricerca che ha intrapreso darà ad Abby la forza di accettare ed attraversare pienamente la sua crisi – in particolare il dolore per la separazione dei genitori, ormai inevitabile.
Oltre al piacevole intrecciarsi ed inscatolarsi reciproco dei piani della finzione, Pulp ha il pregio di offrire molti spunti di riflessione e di informazione sulle trasformazioni e sui movimenti sociali nella società nordamericana dagli anni Cinquanta ad oggi, ed uno sguardo fresco e convincente sull’esperienza soggettiva di due giovani donne lesbiche separate da un arco temporale di oltre 60 anni e al contempo unite da un filo sottile e resistente.

Anche la protagonista di Juliet takes a breath sta muovendo i primi passi nella sua vita adulta. Juliet è cresciuta nel Bronx in una vivace ed affettuosa famiglia portoricana, una rete dalle maglie strette alla quale è ancora profondamente legata, anche se ha iniziato il college in un’altra città.  La incontriamo sull’orlo del precipizio, in un momento cruciale: sta per partire per un tirocinio dall’altra parte del paese, a Portland, e sta per fare coming out con la sua famiglia, a cena.
Il coming out va bene ma non benissimo, considerando che sua madre si chiude in camera, senza uscire a salutarla prima della partenza.
E’ il 2003, Juliet ha 19 anni; io 19 anni li ho avuti nel 2001, e questo me la rende ancora più vicina, in un certo senso. Al netto delle differenze geografiche, la sua situazione da matricola che inizia ad affacciarsi sul mondo fuori casa, la sua timida e al contempo entusiasta esplorazione delle subculture femministe e queer, proprio in quegli anni,  con quel linguaggio, quei riferimenti pop e quei fatti politici che scorrono nei titoli dei Tg, quella musica che suona alla radio, mi suscitano tenerezza e un filino di nostalgia. Anche se non vorrei mai ritornare a quell’età, mi va benissimo la me-più attempata. In ogni caso… I hear you, sis.

Questo tirocinio a Juliet non è capitato casualmente: l’ha cercato e l’ha ritagliato su di sè, scrivendo una mail vibrante di apprezzamento ad una scrittrice femminista sulla cresta dell’onda, il cui messaggio liberatorio e provocatorio ha toccato molto la nostra protagonista.

Hi, my name is Juliet Palante. I’ve been reading your book Raging Flower: Empowering Your Pussy by Empowering Your Mind. No lie, I started reading it so that I could make people uncomfortable on the subway. But I’m writing to you now because this book of yours, this magical labia manifesto, has become my bible.

Sbarcata a Portland, Juliet viene avvolta e travolta dalla scrittrice, Harlowe Brisbane, e dalla sua tribù di amiche, amanti, sorelle in senso lato. Il contesto – alto borghese, più  new age che hippy ma comunque sessualmente liberato, politicamente corretto fino allo sfinimento – è lontano da quello in cui la ragazza è cresciuta, ma questo non la intimidisce troppo. La nostra protagonista si tuffa con energia nelle attività che Harlowe le propone: assisterla nel preparare un evento locale e fare ricerche su una serie di personaggi femminili del passato, perlopiù attiviste, per un libro futuro.
Come una contemporanea Alice, Juliet si meraviglia, talvolta, ma non smette di voler imparare ed assorbire tutto ciò che incontra di nuovo, di giorno in giorno.
Allo stesso tempo si dipana, con vari scossoni, la relazione (a distanza per l’estate) con la sua ragazza, sempre più fredda e inaccessibile. E all’orizzonte (come da grande topos del young adult e non solo) compare una giovane bibliotecaria molto edgy e interessante.

Purtroppo, non tutto ciò che luccica è oro: Harlowe si rivela tutt’altro che perfetta come role model e come vate femminista. Un suo intervento – inconsciamente ma pesantemente – razzista e classista durante un evento pubblico fanno sentire Juliet profondamente tradita a livello umano, e delusa sul piano intellettuale.  Tutto sommato, Raging Flower non potrà essere la sua Bibbia; di femminismo non ce n’è uno solo, e le pretese di universalismo sono destinate ad infrangersi contro le rocce di una realtà sociale composita e complessa in cui tanti fattori e identità entrano in gioco.

La struttura di fondo di Juliet takes a breath, così come di Pulp, è quella classica della storia “coming of age”; è interessante vedere come questo percorso, per Juliet, si articoli in modo non del tutto lineare, con molteplici partenze e ritorni, anche in senso letterale. Un fine settimana in Florida con la cugina Ava e la zia diventa, per la giovane protagonista, il punto di svolta di questa estate di scoperte e di formazione. Un weekend illuminante che le scalda il cuore e le dà la grinta per tornare a Portland a concludere gli impegni legati al suo tirocinio e a riprendere, con maggiore consapevolezza critica,  le fila del suo rapporto con Harlowe…oltre che con l’affascinante bibliotecaria e, cosa non meno importante, con la variegata tribù che ruota intorno alla scrittrice. Nella relazione con tutte queste donne, Juliet troverà stimoli, occasioni di confronto, provocazioni, momenti di condivisione che si trasformeranno in carburante per il viaggio alla scoperta di se stessa e del suo posto nel mondo, appena incominciato. Finchè sentirà di stare respirando davvero.

Come per Janet, anche per Juliet la scrittura si prospetta come una strada, uno strumento importante per canalizzare le proprie idee ed energie e, potenzialmente, come un luogo dove essere se stesse.
Tra i punti di forza di questo romanzo c’è sicuramente lo stile fluido, profondamente ironico e autoironico, che rende la voce di Juliet fresca ed autentica. C’è una narrazione che non rifugge dal parlare apertamente e gioiosamente di sessualità, di amore e rispetto per il proprio corpo qualunque siano le sue forme, di relazioni tra gruppi razziali, di identità meticce, dell’importanza di conoscere le proprie radici senza lasciarsene soffocare. A tratti il libro è talmente informativo da dare la sensazione di stare leggendo, al contempo, un young adult e un compendio sui movimenti sociali, la cultura queer e la storia portoricana. Tanta roba, ragazzi.
Di razzismo Gabby Rivera parla senza troppi peli sulla lingua; è come se venissero resi evidenti i muri invisibili che ancora, a volte, sembrano dividere la società nordamericana. I due principali personaggi bianchi –  Harlowe e la fidanzata del college di Juliet – sono ritratti in una luce piuttosto negativa; la relazione con loro rimane in qualche modo irrisolta, aperta ma non priva di ombre. Juliet rafforza, invece, la propria consapevolezza di sè soprattutto nel rapporto positivo e arricchente con altre donne di colore. Di tutti i colori, di diverse età, provenienze e background socioculturali, ma che hanno in comune l’esperienza di essere colored  (oltre che donna e queer) negli Stati Uniti. 

E per finire questo post in occasione del #ComingOutDay…ho un’altra rivelazione da farvi, coraggiose lettrici e lettori arrivati fin qui.

Io taglio gli spaghetti.
Quasi sempre.
E nessuno riuscirà a farmene vergognare.

 

Rivera, G. (2016). Juliet takes a breath. Penguin Teen.

Talley, R. (2018). Pulp. Harper Collins.

Età consigliata: dai 14 anni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...