Crescere all’ombra di un’utopia: “Storia di May”

Quando ho scoperto che stava per uscire Storia di May. Piccola Donna di Beatrice Masini ho deciso che questo libro sarebbe stato un auto-regalo per il mio compleanno. Non solo perchè Beatrice Masini è una garanzia, ma anche per ciò che ha scelto di raccontare. Una storia di finzione che si ispira, però, da vicino ad un episodio reale della vita di Louisa May Alcott, vate supremo e indiscusso dei miei primissimi anni da mini-topa di biblioteca.

Come molti ricorderanno, l’autrice di Piccole donne (e numerose altre opere) era figlia di Amos Bronson Alcott, complessa figura di intellettuale e pedagogo legato alla filosofia trascendentalista; uno dei motivi per cui Louisa May crebbe in una casa dove giravano pochi soldi, ma in cui circolavano cultura, idee progressiste e libri. Inoltre era figlia di Abigail May, detta Abba, donna energica e, diremmo oggi, impegnata nel sociale.

Quando Louisa May e le sue tre sorelle erano piccole, i genitori le portarono con sè a vivere per un periodo in una comunità in campagna, che chiamarono Fruitlands. Il loro progetto era quello di vivere in semplicità, coltivando la terra e mettendo in pratica i loro valori (che includevano, tra l’altro, non sfruttare animali per i lavori agricoli e vestirsi solo di lino, dato che il cotone veniva raccolto dagli schiavi nelle piantagioni) L’esperimento durò circa un anno, alla fine del quale gli Alcott tornarono ad una, seppur frugale, vita urbana.
Masini ci racconta questa pagina della vita di Louisa May Alcott attraverso la voce di May, personaggio di fantasia che, senza troppo girovagare, rappresenta la giovanissima scrittrice – e per estensione, si può considerare una proiezione/anticipazione di Josephine March.

May Robinson ha 10 anni quando Mater e Pater decidono di intraprendere la loro avventura, lasciando le comodità e gli affetti del mondo fino ad allora conosciuto dalle figlie per iniziare una nuova vita al Paradiso insieme ad una manciata di amici altrettanto idealisti. E altrettanto privi di esperienze come contadini nel CV.

Il distacco, il nuovo inizio, l’adattamento a questa vita di estrema frugalità che sfiora l’indigenza, vengono raccontati da May in larga parte in forma epistolare. Alle lettere che la protagonista scrive all’amica Martha fa da controcanto una narrazione in terza persona nella quale la sua vera voce emerge, riflettendo su luci e ombre dell’esperienza nella comunità. Se, all’inizio, le lettere sono intrise di resoconti scoppiettanti sulla vita in campagna, sugli affascinanti personaggi che gravitano intorno ai Robinson – tra cui spicca il filosofo Henry Thoreau, per il quale probabilmente May ha una cotta – e sulle scoperte di ogni giorno, la voce di May racconta anche altro.
La durezza del lavoro quotidiano degli adulti, la scarsità di cibo, il freddo, l’isolamento, la nostalgia per la vita di prima e per i piccoli piaceri ora negati alle sorelle Robinson (come i nastrini per legare i capelli). Le discussioni tra i genitori, che non hanno la stessa visione sulla rigidità delle regole comunitarie.

Mentre un anno passa, May e le sorelle – April, il corrispettivo di Meg, e la piccola June – crescono e vivono nuove esperienze inimmaginabili in città, dall’amicizia con una bambina nativo-americana alle discussioni filosofiche con il Bel Signore – Thoreau – che suona il flauto, Pan del XIX secolo, sulle rive del lago Walden, alle atipiche lezioni nei boschi con un’insegnante sui generis. In questo contesto isolato, la quotidianità di May ha al suo centro il tessuto in perenne trasformazione delle relazioni, tra adulti e bambini e tra pari, gli incontri e gli addii, le fantasticherie e le riflessioni della ragazzina sul futuro e sulle dinamiche del microcosmo nel quale è immersa, il difficile rapporto con le aspettative di rigore e perfezione dei genitori – in particolare del padre filosofo – nei suoi confronti.  Nel frattempo la comunità inizia a sfaldarsi, a rivelare la propria fragilità.

Ci troviamo in un punto sperduto nei campi del Massachusetts negli anni ’40 dell’Ottocento, ma il vissuto di May può ricordare e rappresentare, per certi versi, quello di tanti altri bambini e giovani che partecipano, al seguito dei genitori, ad esperienze comunitarie con i più vari gradi di radicalismo ed isolamento rispetto ai quali, naturalmente, non hanno scelta finchè sono piccoli. Viene in mente Captain fantastic di Matt Ross, ma di comunità ed esperimenti utopici ce ne sono tanti anche oggi, ispirati alle filosofie più diverse.

May è una bambina sana, vivace, ben accudita per gli standard del suo tempo, nonostante le ristrettezze economiche. La sua esperienza al Paradiso non è traumatica di per sè, per quanto lontana dall’idillio suggerito dal nome. La nostra protagonista ha un cervello funzionante, e attraverso le pagine vediamo il suo conflitto interiore tra la lealtà e la fiducia incondizionata nei genitori – caratteristiche dell’infanzia che si sta lasciando alle spalle – e il dubbio, la messa in discussione dei princìpi su cui si fonda la comunità.

La scrittura diventa, per May, un mezzo  per riordinare le idee, per mettersi a nudo senza interruzioni nè correzioni ed analizzare se stessa e la sua realtà. Le lettere a Martha si fanno gradualmente più oneste e realistiche. Finchè scopriamo che nessuna delle lettere è mai stata spedita. Martha è poco più di un’amica immaginaria – una bambina con la quale May ha giocato qualche volta, senza mai stabilire con lei un rapporto più stretto. Eppure May ha bisogno di un’ideale amica intima alla quale affidare le sue confidenze, un ponte con il mondo esterno e con la sua vita precedente.

Del resto May aveva pur bisogno di qualcuno a cui raccontare tutto, le cose belle e le cose brutte. Tutto o quasi. A volte se non avesse avuto la sua Martha immaginaria sarebbe diventata pazza. Perchè quando scrivi le cose si allontanano un po’, si chiariscono, si schiariscono. O si colorano, come a guardare il mondo con una biglia di vetro davanti all’occhio.

La scrittura, per lei, è resilienza, è una medicina ed è anche, probabilmente, una vocazione.

Scriverò libri con titoli semplici, di una parola soltanto, o due. Vorrò metterci la vita, le cose che abbiamo veramente vissuto. Ma anche quelle che abbiamo solo visto nel pensiero. Le mescolerò così bene che nessuno, nessuno riuscirà a capire che cosa è vero e che cosa è inventato.
Alla fine non ha nessuna importanza.

Quando le cose iniziano ad andare davvero male, è Mater – la metà più pragmatica della coppia – a seppellire l’onore e a prendere in mano la situazione. E’ un nuovo, faticoso ma inevitabile inizio per i Robinson. May ritorna, con una certa trepidazione, ma anche con una nuova sicurezza, eredità del suo anno di vita selvaggia, ad affacciarsi al mondo fuori dai boschi. La lasciamo sulla soglia della casa di Martha, con due libri tra le braccia, ai piedi degli stivaletti nuovi, rosso fiammante. Tutto ciò che accadrà dopo, non ci è dato saperlo.

Prima di conoscere May, per me c’è stata una bambina cruciale nata dalla penna di Beatrice Masini. E’ la protagonista senza nome di Se è una bambina, per me la sua opera più folgorante. E proprio perchè folgorante, difficile da raccontare a parole.
Un libro sottile e potente che si snoda attraverso l’alternanza di due voci, di due registri. Il primo è il flusso di coscienza profondamente evocativo, denso e matèrico, di una bambina di  7 anni nell’immediato secondo dopoguerra, su uno sfondo rurale nella pianura Padana, che io mi immagino essere la campagna emiliana.

La seconda è la voce di sua madre, sospesa in una sorta di anticamera dell’aldilà, ancora troppo vincolata alle cose terrene per lasciare andare la figlia più piccola e il dialogo onirico che in qualche modo ancora le lega.

Una manciata di stagioni, una famiglia mutilata dalla guerra, la vita che prepotentemente deve andare avanti e lo fa in modi inaspettati. Una narrazione asciutta e al contempo delicata che tocca visceralmente, al di là di ogni possibile intento didascalico. Che parla di maternità e dell’essere figli e di elaborazione del lutto senza retorica, e che restituisce la voce e le mille sfumature emotive di una bambina vissuta 70 anni fa come se il lettore l’avesse davanti in carne e ossa. Ecco, Storia di May potete leggerlo per astrarvi piacevolmente dal mondo in treno, in metro, nell’ultimo banco a scuola di nascosto, in coda alla posta. Se è una bambina leggetelo in un luogo che vi garantisca privacy, da soli.

 

Masini, B. (2019). Storia di May. Piccola Donna. Mondadori
Età consigliata: dai 9 anni

Masini, B. (1998). Se è una bambina. BUR, Biblioteca Universale Rizzoli.
Età consigliata: dagli 11 anni.

 

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