“Wave Me Goodbye”: crescere è una battaglia

La conoscete già Jacqueline Wilson, vero? Anche in Italia i libri di questa prolifica autrice britannica sono diffusi da molti anni – insomma, quando ho iniziato a leggerli ero ancora minorenne.  Da La bambina con la valigia a La mamma tatuata alla serie di Tracy Beaker, sono molti i volumi approdati sui nostri scaffali, tradotti da Salani.

Negli ultimi anni Wilson ha esplorato con passione anche il filone del romanzo di ambientazione storica, ad esempio con la serie che ha per protagonista Hetty Feather (Mamma acrobata cercasi è il titolo del primo volume in italiano). In questo filone si inserisce uno dei suoi ultimi lavori, non ancora uscito in italiano: Wave Me Goodbye, edito dalla Doubleday Children’s.

Quando l’ho trovato, nelle vacanze di Natale, ero in un momento di estasi al Victoria&Albert  Museum of Childhood, che, per inciso, vi consiglio di visitare quando farete un giro a Londra con i vostri bambini, o anche senza, perchè è un centro fighissimo dedicato alla cultura dell’infanzia. E niente, non ho saputo resistere, anche perchè ho un debole per le storie di bambini sfollati durante la seconda guerra mondiale. Quindi WMG è venuto a casa con noi.

Per me la caratteristica principale che attraversa la ricca produzione di Jacqueline Wilson è lo sguardo acuto che posa sull’infanzia, o meglio, sulle infanzie, non ideali. Su bambini e adolescenti che crescono in situazioni difficili, lungo percorsi accidentati, come in una versione contemporanea e piena di sfaccettature dei classici per ragazzi con protagonisti orfani. Le piccole protagoniste di Jacqueline Wilson (quasi sempre bambine e ragazzine) sono spesso, non sempre, in transito tra famiglie di origine con vari gradi di problematicità e genitori affidatari. Oppure, comunque, sono bambine costrette ad attivare superpoteri di resilienza per cavarsela, partendo da un contesto di deprivazione di qualche genere. Con Jacqueline Wilson io piango sempre almeno una volta, anche se la sua non è una scrittura sfacciatamente strappalacrime: anzi, è ricca di sfumature, di risvolti  irriverenti. Fino a che, trac!, scatta il momento in cui mi ammazza.

Wave Me Goodbye non è così drammatico, in apparenza. La protagonista è Shirley, dieci anni, che con riluttanza  lascia Londra per essere sfollata nel sud dell’Inghilterra. Siamo nell’estate del 1939, a un passo dall’inizio della guerra. Il libro racconta il suo primo mese di adattamento alla nuova realtà; la narrazione scorre fluida, gradevole, punteggiata di momenti comici.

Un filo rosso che accompagna la bambina nell’esplorazione  della sua nuova vita è quello della lettura. Shirley è una lettrice vorace dalla fantasia galoppante, incline all’immersione e alla fusione totale con storie e personaggi, che la affiancano attraverso giochi di immaginazione nei momenti di noia, solitudine o difficoltà.  I libri del cuore, che porta con sè in valigia nonostante i divieti, saranno l’elemento che casualmente le permetterà di trovare la sua nuova casa temporanea.

Quello che emerge più distintamente, per me, dalle pagine di Wave Me Goodbye, è una sorta di excursus sotterraneo su quello che serve ai bambini per combattere la battaglia della crescita.

Shirley lascia una casa piccolo-borghese di Londra per approdare in una grande villa semivuota, abitata da una nobildonna decaduta di mezza età, Mrs Waverley (che nella mia testa è una Jenny Agutter dall’aria frastornata) e della sua dama di compagnia/governante tuttofare, Miss Chubby.  Insieme a lei trovano alloggio alla villa il piccolo Archie, la cui vita è stata tutta un rimbalzare da una famiglia affidataria all’altra, e Kevin, coetaneo di Shirley, bruttino, sgraziato e scontroso. Senza scendere troppo negli spoiler, nel corso della narrazione scopriamo, man mano, pezzetti della storia dei due bambini, che portano entrambi con sè le conseguenze di un passato molto infelice. Archie, essendo più piccolo, “carino e coccoloso”, riesce facilmente a stabilire dei legami e a chiedere ed ottenere ciò di cui ha bisogno, mentre per Kevin è più difficile riuscire ad ottenere le  attenzioni di cui è affamato, complice senz’altro l’impostazione militaresca, alla ‘boys don’t cry’, nell’educazione dei maschietti. Man mano la sua compostezza si gretola, lasciando emergere le sue fragilità; purtroppo non tutti gli adulti sanno leggere al di là della superficie, mentre sarà il rapporto tra pari – quello tra Kevin e Shirley – a fornire la chiave per iniziare ad uscire dal tunnel.
Il suo bisogno di riconoscimento, fiducia e affetto è intenso quanto quello di Archie, ma per lui è molto più difficile soddisfarlo, in una situazione in cui nessuno vuole davvero farsi carico di lui e del suo bagaglio.

Se le storie di Archie e Kevin riflettono palesemente vissuti di abbandono e deprivazione, Wilson è più sottile nel delineare il personaggio di Shirley. La nostra protagonista è sicuramente una “bambina fortunata”, che è sempre stata ben accudita a livello materiale. Che i genitori la amino è evidente, così come è chiaro che tutto ciò che Shirley  è a dieci anni – una bambina brillante, sognante, un pelino viziata e “drama queen” nella sua distanza dagli aspetti pratici della vita – è possibile perchè è sempre stata ben curata e protetta.  Nel tratteggiare la sua relazione con la madre, Doris, Wilson ha l’abilità di accennare con delicatezza a quel “qualcosa in più” che a Shirley manca, quel qualcosa che Doris non è in grado di darle, per quanto faccia tutto quello che può e che ritiene sia il suo dovere.  La nostra protagonista sente moltissimo la mancanza della mamma – e, in una certa misura, anche del papà – anche se poi, quando riceve una sua visita imprevista, i risvolti sono più agro che dolci. Come tutti i genitori, Doris è un essere umano, ed è il prodotto della sua storia personale, dell’educazione che ha ricevuto, della sua epoca e di ciò in cui crede. Se a livello pratico è più che efficiente nell’occuparsi della figlia, e pronta a difenderla come una leonessa quando crede sia in pericolo, sul fronte della vicinanza emotiva e fisica, della sintonia e dell’ascolto di Shirley come persona, c’è un qualcosa che manca, e che rimane indicibile nella complessa relazione tra madre e figlia.  O c’è o non c’è, o c’è in modo scostante, ma se non c’è mai stato spesso non si hanno le parole per dirlo.

Se, da un lato, Shirley ha nostalgia di casa, dall’altro si rende conto delle opportunità di crescita che nascono da questa immersione obbligata in una vita diversa, che le potrà fornire nuove esperienze e qualche pezzo mancante per il suo puzzle.
In un gioco sottile, tutti e tre i bambini intrecciano nuovi legami con figure adulte; nessuna di queste è perfetta o idealizzata, non c’è nessun ‘lieto fine’ eclatante’, ma nella relazione ciascuno dei piccoli protagonisti troverà, o inizierà a trovare, qualcosa che gli o le mancava in precedenza. Gli adulti sono ritratti da Wilson con onestà, sono esseri umani con le loro imperfezioni, le loro debolezze che possono diventare, a volte, un punto di partenza per un contatto autentico con i ragazzini loro affidati.  In un mondo ancora dominato in larga parte da una pedagogia ed una visione dell’infanzia per molti versi dura e poco empatica, questa tribù nata per caso riesce a dare un sollievo, ad arrivare – almeno in parte – dove i legami di sangue non erano riusciti ad arrivare.

Wilson, J. (2017). Wave Me Goodbye. Doubleday Children’s.
Età consigliata: dai 9 anni.

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