War Childhood: flash di infanzie a Sarajevo

War Childhood è il nome di un libro e di un museo, entrambi nati da un’idea di Jasminko Halilović, autore e imprenditore bosniaco. Li ho scoperti mentre gironzolavo a Sarajevo quest’estate. Quella mattina mi ero immersa in un’altra esperienza museale molto impattante a livello emotivo, quella della Galerija 11/07/95 – una mostra permanente, molto ben strutturata ed efficace, sul massacro di Srebrenica e sulla vita dei sopravvissuti. Un posto dove non porterei dei bambini o dei preadolescenti. Il War Childhood Museum è, secondo me, altrettanto denso e coinvolgente, ma molto meno angosciante nei contenuti, e credo che possa risultare interessante per una visita con bambini, ragazzini o scolaresche. Facciamo un passo indietro, però: prima del museo, infatti, è nato il libro. Non espressamente un libro per ragazzi, ma un libro che raccoglie, in una forma testuale molto particolare, le storie di tantissimi ex bambini e ragazzi, rivolgendosi ad un target di lettori ampio. Personalmente, lo vedrei adatto ad un target di adolescenti, oltre che di adulti.

Scritto in bosniaco, pubblicato nel 2013 e successivamente tradotto in varie lingue, War childhood nasce dall’idea di Halilović di dare vita ad un racconto collettivo sull’assedio di Sarajevo e, in generale, sulla vita  durante la guerra in Bosnia, attraverso le voci di chi, come lui (nato nel 1989) era un bambino o  un adolescente durante quegli anni.  Un tema che, a suo vedere, richiedeva di essere affrontato ed approfondito. Nel 2010 ha lanciato nel web la domanda “Cosa è stata un’infanzia in guerra (di guerra) per te?”. Con il sostegno di amici, media, social network il suo interrogativo si è diffuso rapidamente.  Oltre 1000 persone hanno risposto a quella domanda.

 Per dare spazio a più testimoni possibili, Halilović ha deciso di raccogliere i contributi in un formato molto sintetico: il limite massimo delle risposte è di 160 caratteri. Il risultato: una sorta di Twitter wall lungo 200 pagine, nel quale scorre un fiume in piena di flash, ricordi, sensazioni, immagini e scene rese vivide attraverso le parole. Una grande narrazione corale, resa più intensa e non impoverita dalla stringatezza delle singole voci, perché è il loro insieme a renderle forti ed emozionanti, come un enorme mural. “War Childhood” è diviso in tre parti: un’introduzione nella quale l’autore presenta il contesto di Sarajevo durante la guerra e racconta le fasi di ideazione e costruzione del libro, la raccolta dei contributi ed una terza sezione nella quale viene introdotto il concept del museo e viene ricapitolato il complicato percorso che ha portato alla sua apertura, nel gennaio 2017. In appendice si trova anche una piccola selezione di immagini e storie tratte dalla collezione del War Childhood Museum.

Tra le pagine di War Childhood scorre un fiume di emozioni, ricordi, sensazioni che tornano in vita. Tantissimi interventi raccontano di amicizie forti, di lunghi pomeriggi e giornate privati della possibilità di giocare all’aperto, di un’infanzia tra quattro mura. C’è la paura, la fame, il rischio costante di perdere le persone più amate, c’è il lutto quando questo succede. Anche a distanza di anni, c’è la rabbia per gli anni rubati, per le persone strappate via da un giorno all’altro da un cecchino o una granata. E insieme, senza cancellare la rabbia e il dolore, ricordi di condivisione, di generosità, di primi amori cresciuti lungo la coda per l’acqua.

“Hope lost, consciousness raised, hope reborn. A brutal coming of age and unbelievable friendships.”
Vesna, 1976

(Speranze perdute, un risveglio della consapevolezza, speranze rinate. Un modo brutale di maturare e amicizie incredibili)

Molti dei flashback dei protagonisti riguardano il cibo – quello reale e quello sognato – e le letture a lume di candela, o quasi. Per fare i compiti, ma anche e soprattutto per evadere con la mente e viaggiare al di fuori dello scantinato, là dove la vita va avanti.

“A jar with fireflies was enough to light half a page of the UNICEF homework notebook…”

Emina, 1986

(Un barattolo di lucciole era sufficiente per illuminare mezza pagina del quaderno dell’UNICEF per i compiti…)

Il concept del libro e del museo sono strettamente intrecciati: due spazi nei quali protagoniste non sono la morte, la distruzione, ma la vita e la resilienza. Il focus di entrambi è posto sull’esperienza del diventare grandi durante la guerra, nonostante la guerra. Il museo raccoglie una grande varietà di oggetti legati alla vita quotidiana e ai ricordi dei superstiti: tanti giocattoli del cuore sopravvissuti alla brutalità dell’assedio, lettere e disegni condivisi con amichetti o altre persone care, accessori e pezzi di abbigliamento, confezioni di razioni di cibo umanitarie, giochi in scatola che accompagnavano le lunghe giornate trascorse nelle cantine e nei seminterrati, preziosi regalini ricevuti e tanto altro. Accanto ad ogni articolo, la storia che quell’ (ex) bambino o ragazzino collega all’oggetto. Alcune sono tristi, parlano di perdita, di persone che non ci sono più, ma la maggior parte dei ricordi sono teneri, ironici, affettuosi – raccontano di amicizie, giochi, legami, della forza della fantasia che permette di resistere, di gesti di gentilezza e solidarietà anche nei giorni più oscuri.  Lo spirito del museo è quello non solo di creare un grande archivio di storie personali, documentando le vite di giovanissimi esseri umani travolte, ma non distrutte, dalla Storia, ma anche quello di aiutare i superstiti a superare esperienze traumatiche e, idealmente, a prevenire il ripetersi di questi drammi, rafforzando la consapevolezza collettiva riguardo alla responsabilità degli adulti nel costruire un mondo migliore e più sicuro per le generazioni successive. Il museo ha stretto relazioni di collaborazione con altre realtà che si occupano di bambini nei conflitti, tra cui organizzazioni che si prendono cura di bambini rifugiati in Siria e Libano.  Perché la storia, disgraziatamente, si ripete e si ripete ancora, ma la vita deve continuare ad andare avanti. Come ricorda, simbolicamente, un’altalena bianca installata nella sala finale del museo, che dondola spinta dai visitatori, mossa da un’energia cinetica che potenzialmente non finirà mai.

 

Halilović, J. (2013). War Childhood. War Childhood Museum
(Il libro è reperibile attraverso il sito web del museo)
Età consigliata: dai 13 anni.

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