Il suo titolo originale, A Stitch in Time, è molto più evocativo, ma probabilmente difficile da tradurre. L’estate in cui tutto cambiò di Penelope Lively (edito in italiano da Guanda) è un libro che fotografa molto bene un certo modo di sentire e di essere nel mondo in quella finestra di tempo che si colloca al confine tra infanzia e adolescenza. Non è una novità: pubblicato nel 1976, nel mondo anglosassone è considerato un classico moderno.
Il punto di vista narrativo, in terza persona, è quello di Maria, che ha 11 anni e va in villeggiatura a Lyme Regis, nel Dorset degli anni Settanta, con i genitori. La sua è una famiglia abituata alla tranquillità, alle routine, ad una figlia silenziosa e assorta nei suoi giochi e nei suoi pensieri, che non fa troppo rumore e non dà fastidio.
Maria, probabilmente per compensare una certa solitudine, vive una sua vita animista parallela, nella quale parla con gli animali e le cose. Arrivando nella casa delle vacanze, un cottage di epoca vittoriana, entra in contatto con il nuovo ambiente dialogando con il gatto resident (piuttosto antipatico) e con gli alberi, ascoltando rumori che non vengono dalla realtà concreta del presente, immaginando le vite delle persone che hanno attraversato quelle stanze e quel giardino.
Ascoltando le chiacchiere dell’anziana padrona di casa, scopre i nomi di alcune bambine che hanno vissuto nel cottage nella seconda metà dell’Ottocento, e in particolare sviluppa una curiosità per Harriet, una bambina della quale, pare, non ci sono foto oltre l’età di dieci o undici anni.
Sulla sua storia Maria ha pochi elementi, perché non osa chiedere di più, allora ricama via via una storia per Harriet nella sua mente, immaginandone una fine tragica e prematura.
Nel frattempo, accade anche la vita reale. Maria stringe amicizia con una famiglia numerosa e chiassosa in vacanza nella casa accanto, soprattutto con il suo coetaneo Martin, con il quale condivide parte della sua ricerca di indizi sulla vita di Harriet, ma anche giochi e scampagnate, scoprendo via via un lato di sé più estroverso e lieve.
Maria è una bambina dalla profonda sensibilità e dalla robusta immaginazione, ma non solo. È una giovane persona sulla soglia tra il mondo percettivo dell’infanzia e quello che verrà dopo, che a tratti fa intravedere qualche bagliore di sé. E anche, forse, con delle doti paranormali in potenza – che spariranno con la pubertà, oppure no – che la portano a sperimentare dei momenti tra il sogno e la trance, nei quali percepisce di essere nello stesso luogo, ma nel 1865.
Maria percepisce con la stessa intensità, si potrebbe dire, il presente e il passato, naturalmente attraverso le tracce e i frammenti che sono a sua disposizione.
E le venne in mente, voltandosi per entrare in casa, che i luoghi sono come gli orologi. Hanno dentro di sé tutto il tempo mai esistito, tutte le cose mai successe. Vanno avanti, sempre, con le cose accadute nascoste dentro, e le puoi trovare, come si trovano i fossili spaccando la roccia.
È stato curioso, per me, incontrare proprio adesso questo romanzo di 50 anni fa. Curioso perché in Maria trovo parecchio della me undicenne (anche se non sono mai stata una sensitiva, però mi sa che parlavo con alcuni alberi) e perché rispecchia dei pensieri che mi attraversano proprio ora.



Anch’io ho sempre avuto questa percezione dei luoghi come contenitori che viaggiano nel tempo, ancora intrisi in qualche misura delle storie che hanno visto scorrere.
Nella casa al mare che ha visto così tante versioni di me fin da ragazzina e nella quale in questo momento saltellano come scimmiette i miei figli, sono attraversata da tanti flashback. Gli alberi del sentiero sotto casa o quello sotto il quale ho preparato il mio primo esame di antropologia, l’altalena del parchetto deserto sulla quale ho letto Chocolat al liceo, sono gli stessi. Mi sembra di aver attraversato tantissimo tempo da allora, oppure solo un pomeriggio.
Quando cammino nei luoghi dove hanno vissuto le mie nonne da giovani, penso alle montagne, alle case o agli alberi che le hanno viste passare di lì, ragazzine sotto il fascismo, giovani madri nel dopoguerra, poi donne della mia età e anche dopo. A quanta storia e quante storie sono passate di lì, insieme alle loro.
Mi affascina l’idea che il tempo possa non essere solo lineare. Che possano esistere dimensioni temporali parallele con dei punti di contatto. Che certi pomeriggi esistano ancora, in contemporanea al nostro tempo, e che qualcuno ci si possa affacciare.
L’estate in cui tutto cambiò non è il primo, né l’unico romanzo a svilupparsi intorno a questo tema, a questo genere di fantasia. Ma elabora tutto questo con empatia verso la protagonista preadolescente, attraverso una grande scrittura ed uno sguardo autentico, che non ha nulla di paternalistico né di didascalico.