Ho finito di vedere la miniserie La Casa de los Espíritus, che mi ha frullato il giusto e per un po’ mi ha fatto tornare a pensare in spagnolo.


Realizzare un nuovo adattamento di un’opera così iconica era una grande responsabilità, e a mio vedere il risultato è un ottimo lavoro, immensamente più fedele al romanzo rispetto al film del 1993. A partire dal fatto di averlo girato in Cile, con un cast internazionale ma ispanofono, e in lingua originale. Con un amore intenso e palpabile per il romanzo di Isabel Allende, filtrato da sguardi e sensibilità contemporanee, e con una cura intenzionale per i luoghi di questa storia, le sue radici. Certo, già che c’erano avrebbero potuto evitare di fare fuori lo zio Nicolás, avrebbero potuto dare spazio a Jaime e alla sua storyline e non so perché abbiano omesso, nel finale, un elemento molto potente a livello narrativo su Alba. Ma comunque.
La casa degli spiriti è stato, per me, uno spartiacque. Ha segnato un prima e un dopo, una scossa tellurica, un risveglio. Qualche mese fa ho deciso di invecchiare con scritto addosso il suo incipit (e finale), in un gesto di contatto con la me sedicenne, perché sarò sempre collegata a lei, ma soprattutto perché continua a risuonare in me adesso.
Dentro queste parole, dentro questa spirale, ci sono, per me, la centralità della scrittura e delle storie per sopravvivere, la memoria e gli altri poteri invisibili tramandati per linea femminile, l’inevitabilità del cambiamento sociale, la necessità di combattere le ingiustizie e l’oppressione.
Credo che i libri che leggiamo nei primi 20 anni,o giù di lì, vadano a formare una nostra costellazione dell’immaginario. Le donne Del Valle-Trueba continuano a brillare nel mio cielo, e ora anche sulla mia pelle.