Tutt’altro che spensierato: il Peter Pan che ci affascina e ci inquieta

Attraverso i suoi numerosi adattamenti per il cinema e la tv, Peter Pan è diventato un’icona potente nell’immaginario collettivo occidentale, sebbene in queste rielaborazioni sia andata perduta buona parte della complessità del libro, dando maggiore spazio agli elementi umoristici e di avventura.
Il nome di Peter Pan viene associato, nella cultura popolare,  allo stereotipo di un individuo immaturo, incapace di accettare le responsabilità della vita adulta, e l’Isola che non c’è (Neverland) viene spesso identificata come un simbolo di fantasia ed evasione dalla realtà. Niente di più lontano dall’anima inquietante e perturbante di cui è intrisa l’opera originale di James Matthew Barrie.

Personalmente, ho avuto una lieve ma significativa ossessione per il ragazzetto vestito di verde e le sue storie quand’ero alle elementari; erano molti anni che non avevo contatti con lui, fino a quando, l’anno scorso, ho scelto Peter e Wendy come oggetto di un’esercitazione, nell’ambito di un corso (svedese) sulla letteratura inglese per l’infanzia.
Rileggere da grandi i libri che abbiamo amato con passione da piccoli rischia sempre di essere un po’ estraniante ma, a mio vedere, è anche interessante, perchè ci dà la possibilità di attraversarne i diversi strati, di percepirne, insieme al fascino, le complessità, le ombre, le molteplici sfaccettature che sono proprie della grande letteratura. Tanto più se li si rilegge con il contorno di un po’ di articoli di analisi letteraria.  Disclaimer: non sono un’esperta di critica letteraria, ma ho pensato di condividere con voi, oggi, alcune brevi suggestioni su temi legati al nostro amico Peter, personaggio estremamente presente – e al contempo sfuggente – nel nostro immaginario. Su questa opera e i suoi temi potrete trovare moltissima letteratura critica; quello che vi propongo è un minuscolo sentiero tra un’infinità di strade che si intersecano in una giungla lussureggiante.

PP london
Illustrazione di Arthur Rackham: Peter che vola via di casa.

Peter e Wendy è un classico per bambini estremamente popolare, che si può leggere a più livelli e la cui  stessa natura (libro per bambini o no?) è stata spesso messa in discussione dalla critica, a causa dei suoi temi e della doppia voce del suo narratore, che – come in molti classici e non solo – sembra rivolgersi ai piccoli lettori ma strizzando spesso l’occhio al lettore adulto. L’opera nasce come commedia nel 1904, si trasforma in romanzo nel 1911 e subisce diversi adattamenti, continuando a mantenere uno stretto rapporto con Peter Pan nei giardini di Kensington (1906), che costituisce una sorta di prefazione a Peter e Wendy e una chiave per comprendere il personaggio di Peter, le sue origini, il suo universo.
Nell’ultimo secolo, la complessa trama, la narrazione e i personaggi del romanzo sono stati oggetto di un gran numero di analisi critiche, incentrate in particolare su approcci biografici e psicoanalitici.

Tra i numerosi temi che si possono individuare in questo testo così denso, mi sono focalizzata su tre nodi: la relazione binaria che si stabilisce tra il mondo, la realtà e i ruoli dei bambini e quelli degli adulti, la tragica necessità di crescere e l’ambivalenza riguardo alla maternità e alla relazione tra madre e figli.

Infanzia versus età adulta

Il complicato legame tra bambini e adulti è un nodo centrale del libro. Bambini e adulti, nell’universo ricreato da Barrie, vivono emotivamente in mondi separati, regolati da norme diverse. L’immaginazione è centrale nell’esperienza dei bambini, mentre la vita degli adulti è regolata dal pragmatismo. I bambini sono raffigurati come creature flessibili, più connessi alle forze magiche della natura e all’essenza delle cose rispetto agli adulti; inizialmente nascono come uccelli ma poi dimenticano come volare e diventano, ineluttabilmente, umani.  Questi due mondi entrano, comunque, in collisione tra loro, per quanto la loro reciproca relazione e la comunicazione autentica tra di essi non sia mai facile: Barrie dà voce, attraverso i suoi personaggi, a molti sentimenti ambivalenti che includono rabbia, risentimento, paura e invidia.
Si può percepire, tra le pagine, una tensione continua tra le aspettative dei genitori e della società nei confronti dei bambini e il loro desiderio di autodeterminazione e di esplorazione di ciò che vogliono veramente per se stessi. Un esempio sono gli stessi fratelli Darling, divisi tra il desiderio di vivere la loro avventura sull’Isola che non c’è e l’aspettativa di poter comunque tornare, quando lo vorranno, alla sicurezza della loro casa.
Un simbolo della separatezza, impenetrabilità e unicità dell’esperienza infantile può essere la casa sotterranea nella quale vivono Peter e i Bambini Sperduti, accessibile attraverso i tronchi cavi di sette grandi alberi, uno a misura di ognuno degli abitanti. Un rifugio segreto che i bambini cercano di difendere il più a lungo possibile dal predatore adulto (Uncino); ogni bambino ha la sua ‘chiave’ per accedere alla casa, così come ogni bambino ha la sua, personale, Isola che non c’è (come afferma Barrie nel capitolo I).

 

Tutti i bambini, tranne uno, crescono

Il personaggio di Peter Pan è stato descritto come un personaggio tragico (soprattutto dai critici psicoanalitici) a causa del suo rifiuto di crescere e svilupparsi come un adulto, in grado di affrontare le aspettative sociali legate all’età adulta (responsabilità lavorative, sessualità attiva, paternità, ecc.).
Vive una vita senza tempo, «mezzo e mezzo» (Betwixt-and-Between – questo il nomignolo dato a Peter dal corvo Salomone nei Giardini di Kensington). E’ sospeso nella condizione di bambino, con pochi e confusi ricordi del suo passato, ma non è un bambino comune. E’ un bambino antico ma inconsapevole del tempo trascorso; sa volare e varcare la soglia tra più dimensioni, sa parlare le lingue degli uccelli e delle fate.
In pieno contrasto con l’immagine ‘soft’ di Peter tramandata dai cartoni animati, Barrie ci suggerisce tra le righe una lettura molto più inquietante. Nei ricordi della signora Darling, che rievoca i racconti ascoltati durante la sua infanzia, Peter appare come una sorta di angelo della morte che scorta le anime dei bambini morti verso l’aldilà. In una visione più cupa, sia Peter, sia i Bambini Sperduti potrebbero essere  bambini morti, che non potranno mai crescere.
Qualunque sia l’angolazione dalla quale scegliamo di osservare Peter, senza dubbio al centro della narrazione troveremo questo nodo problematico, questo dramma: crescere porta al cambiamento, alla perdita e infine, ineluttabilmente, all’invecchiamento ed alla morte.
Mescolato agli elementi fantastici e di avventura, un senso di ansia e di perdita imminente pervade le pagine di Peter e Wendy. I bambini che non vivono permanentemente sull’Isola che non c’è, come i fratelli Darling, sanno che dovranno crescere e abbandonare man mano i loro ‘poteri’ percettivi e immaginifici. Sanno che si tratta di un processo inevitabile e irreversibile.

Il personaggio di Wendy è costruito, anche in questo senso, quasi in opposizione a quello di Peter; si unisce a Peter e agli altri bambini sull’Isola, assumendo, però, un ruolo definito (e ridotto) in termini (stereotipati) materni. Il suo più grande desiderio, lo esprime esplicitamente è quello di crescere e diventare moglie e madre. Per questo accetta con entusiasmo il ruolo nella quale Peter la vuole calare, che le permette di giocare a fare la mamma; fino a quando si stufa. La madre è il suo modello e il suo legame più forte con il mondo reale, quel legame che sarà abbastanza forte da riportarla indietro, la figura chiave che mantiene Wendy radicata nella realtà. La bambina decide consapevolmente di tornare a casa e crescere, abbandonando così Peter e portando anche i Bambini Sperduti a Londra con lei.
La storia che Wendy racconta nella casetta è la chiave per ricordare ai suoi fratelli (che stavano iniziando a dimenticare le proprie origini e il proprio passato) il luogo dal quale provengono e al quale cui dovrebbero tornare, se non vogliono che anche la madre si dimentichi di loro.
Nel capitolo finale ritroviamo Wendy ormai matura, che incontra nuovamente Peter ed è percorsa da un momento di rimpianto e di nostalgia per la strada che ha deciso di abbandonare, e quasi di imbarazzo per essere, alla fine, cresciuta. Per un istante Wendy cerca di stringersi, come se potesse rimpicciolire; sa di non poter più volare, di non poter più tornare all’Isola che non c’è. Chi può ancora farlo è la sua bambina, Jane. E la bambina di Jane, Margaret, dopo di lei, in una catena di bambine “prestate” come compagne di giochi a Peter, destinate, però, a tornare a casa e a diventare grandi.

Tutti i bambini, meno uno, crescono. Fanno presto a saperlo, e Wendy lo seppe così. Un giorno, quando aveva appena due anni e stava giocando in giardino, colse un fiore e corse verso la mamma. Doveva essere molto graziosa in quel momento, perchè la signora Darling si mise una mano sul cuore ed esclamò: “Oh, perchè non puoi restare sempre così!”.
Tra loro non ci furono altre parole sull’argomento, ma da quel momento Wendy seppe che doveva crescere. E’ una cosa che i bambini imparano a due anni. Due anni sono l’inizio della fine.
(Capitolo I)

“Ciao, Peter” rispose Wendy a voce bassa, facendosi più piccola possibile. E dentro di sè sentì una voce che le diceva ‘Donna, donna, lasciami tornare bambina’.
(Capitolo XVII)

Una visione ambivalente della maternità

Le madri hanno un ruolo centrale, dal peso quasi tragico, nelle due opere che hanno Peter Pan per protagonista, e sono raffigurate in modo complesso.
Da una parte Peter, segnato dal trauma dell’abbandono, di quella finestra trovata chiusa, a parole disprezza apertamente le madri, come categoria. Salvo portarne una (Wendy, nelle sue intenzioni) ai Bambini Sperduti. Peter vede spesso i personaggi femminili come potenziali madri, proiettando su di loro il suo rapporto irrisolto con le figure materne e femminili in genere.
Dall’altra parte, in più parti del libro l’avere una madre è descritto come una necessità primaria, la cui assenza comporta una grave privazione. Wendy prova una profonda pena per Peter, che è orfano, e i Bambini Sperduti desiderano segretamente le loro madri (immaginate o idealizzate, dato che tutti loro si sono perduti quando erano in culla).

“Non ho mamma” disse. Non solo non aveva la mamma, ma non provava il minimo desiderio di averla. Le considerava persone a cui si dava troppa importanza. Wendy, tuttavia, capì subito che si trovava davanti a una tragedia. 
(Capitolo III)


Le figure materne, però, possono dimostrarsi tragicamente inaffidabili: i Bambini Sperduti si sono persi da piccolissimi, mentre le loro madri o le loro tate, distratte, non si prendevano cura di loro.
Le madri non sono sempre un rifugio sicuro, sembra suggerire la drammatica traiettoria di Peter stesso; alcune rifiutano i loro figli o negano loro ciò di cui hanno bisogno. L’infanzia, età magica ed irripetibile, si rivela al contempo, nell’opera di Barrie, come una condizione estremamente vulnerabile: i bambini dipendono dai loro genitori, ma questi ultimi a volte non sono  buoni nè giusti, oppure possono non essere in grado di creare lo spazio necessario ai figli nella loro vita. Con conseguenze, talvolta, irrimediabili e tragiche.
Wendy, come dicevamo, assume un ruolo materno (stereotipato) sull’Isola, avendo abbracciato e interiorizzato le aspettative sociali di genere che ricadono su di lei. Barrie alterna, nella sua rappresentazione della piccola protagonista e in generale della relazione tra madri e figli,  interpretazioni ironiche di questa immagine stereotipata e passaggi dolenti, quasi strazianti sulla necessità di una madre sia nei bambini che negli adulti.

Era un bellissimo spettacolo, ma non c’era nessuno che lo potesse ammirare a eccezione di uno strano ragazzo che osservava la scena dalla finestra. Peter conosceva innumerevoli altre gioie sconosciute agli altri bambini, ma in quel momento fissava attraverso il vetro una felicità che gli era negata per sempre.
(Capitolo XVI)

 

Elementi inquietanti e innovativi in ​​Peter e Wendy

Come dicevo in apertura, sono moltissime le possibili linee di analisi ed interpretazione di un’opera complessa come quella di Barrie. Qui mi interessa accennare solamente ad alcuni degli elementi che rendono i due libri sull’eterno ragazzo innovativi per la loro epoca e intrinsecamente perturbanti.

• La rappresentazione di sentimenti complessi e dinamiche di potere tra bambini e adulti
• La rappresentazione di un conflitto tra le aspettative e i desideri di adulti e bambini: i bambini possono desiderare e aver bisogno di sfuggire alla sicurezza della loro famiglia, anche se devono sapere di essere amati, di poter ritornare dopo essersi allontanati
• L’immagine ambivalente delle madri: una presenza necessaria, che però non sempre rappresenta realmente un porto sicuro, una fonte di sicurezza e conforto. Un messaggio destabilizzante, quasi dirompente per la morale di inizio secolo e nel quadro della letteratura classica per l’infanzia
• Un eroe controverso, insolito per la letteratura per bambini: Peter rivendica la sua indipendenza dagli adulti e in alcune occasioni si comporta in modo crudele e persino violento
• Una tensione sul tema della crescita: inevitabile, desiderata da alcuni bambini, temuta da altri come perdita di tutto ciò che conta, del proprio valore, della propria essenza.

Barrie ci offre allo stesso tempo una visione idilliaca e inquietante e oscura dell’infanzia, e in questo risiede, a mio vedere, una parte rilevante del suo fascino.

Cosa vi affascina e cosa vi spaventa in Peter Pan?

Le edizioni rappresentate nella fotografia sono: in italiano, quella integrale degli Istrici Salani del 1992 (libro feticcio regalatomi da mia madre alle elementari) e in inglese, un’edizione della Oxford University Press del 2008, con interessante introduzione e note a cura di Peter Hollindale.

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