Sai perchè ami i libri di Bianca Pitzorno?

Amiche e amici immaginari, eccoci qui con una nuova ‘puntata’ della rubrica Cassetta degli attrezzi, che questa volta inauguro con un punto di domanda. Molti appassionati di letteratura per l’infanzia amano molto l’opera di Bianca Pitzorno. Alcuni di noi sono cresciuti con i suoi libri, altri li hanno scoperti da grandi e hanno condiviso questa passione con i propri bambini o alunni.

Bianca Pitzorno, per me, è un mito da quando l’ho scoperta, all’inizio degli anni Novanta. Una narratrice gigantesca, geniale, con la capacità – che non hanno tutti gli autori che scrivono per bambini – di trasmettere una visione d’infanzia non adultocentrica, di ampio respiro e potente, che i bambini riconoscono come non artefatta, vicina alla loro esperienza e al loro sguardo.  Sento di non avere ancora le parole per raccontare Bianca e gli universi che ha creato, ma per fortuna altri le hanno già trovate. Eccomi, allora, qui con un paio di consigli di lettura per approfondire la poetica, i temi, la visione, appunto di questa autrice, ideali per insegnanti che abbiano voglia di esplorare con la propria classe i suoi mondi narrativi, per genitori o per giovani lettori curiosi che già amano questa scrittrice e vogliono conoscerla ancora meglio.

Il primo consiglio è di tuffarvi – se non l’avete ancora fatto – tra le pagine di Storia delle mie storie, saggio pubblicato nel 1995 da Pratiche editrice, nel quale Pitzorno regala ai lettori una serie di memorie, riflessioni e racconti su di sè, sulla sua relazione con le parole, le narrazioni e la scrittura e sulle sue idee riguardo alla letteratura per ragazzi  in generale. L’ho riletto a distanza di circa vent’anni dalla prima volta, e riprenderlo in mano adesso è stato di nuovo entusiasmante, perchè mi è ancora più chiaro che, oltre allo stile, agli intrecci, ai personaggi e ai soggetti ineguagliabili, di Bianca amo la poetica, la visione che è alle fondamenta delle sue narrazioni.
Non scendo troppo nel dettaglio dei contenuti per lasciarvi immergere in autonomia in Storia delle mie storie. Condivido, però, con voi solo un paio di estratti che, per me, vanno dritti al punto, e dritti al cuore della questione di che cosa sia, davvero, la letteratura per l’infanzia.

Ciò che definisce un libro per bambini è un insieme di fattori che possono essere approssimativamente definiti come “il suo discorso”. Un discorso che “interessa” il bambino, e non necessariamente l’adulto, nel suo nucleo più profondo. […] La maggior parte degli adulti ha dimenticato quanto fosse ribollente allora il magma dell’esperienza, della scoperta quotidiana, delle passioni, degli entusiasmi, delle ribellioni. Ha dimenticato, ha rimosso. Ha il coraggio di definire l’infanzia “un’età spensierata” solo perchè non c’era la preoccupazione di portare uno stipendio a casa ogni fine mese.

E’ un popolo, quello dell’infanzia, che Pitzorno riconosce come “di affini e di fratelli”. I piccoli, sottolinea l’autrice, non sono persone semplici nè innocenti; sono capaci di forti passioni, sono scossi da profonde emozioni. E se è vero che la lettura, in generale, aiuta a crescere (a sette come a settant’anni), troppo spesso le narrazioni destinate ai bambini sono guidate da un orientamento prevalentemente pedagogico e non sempre sono in grado di restituire la complessità dell’esperienza infantile, di rifletterla nelle sue tante sfaccettature, di dare piacere e incanto senza secondi fini.

La “pedagogia” richiesta da certi educatori e da certi critici agli scrittori per l’infanzia […] è intesa come un “condurre il bambino” dove vogliamo noi grandi, senza stare troppo ad ascoltarlo. […] Ecco, se dovessi definirmi in quanto scrittrice, potrei dire che sono una bambina che non ha rinnegato la sua patria d’origine e che, fornita di maggiori competenze tecniche rispetto ai suoi fratelli, usa le sue accresciute capacità di espressione e di padronanza della lingua scritta per cantare l’epos del popolo cui ancora appartiene, quello dell’infanzia, prima che venga distrutto dalla civiltà dei colonizzatori adulti. Una bambina molto arrabbiata che usa la penna come un’arma d’offesa e di difesa.

Tra l’altro, quello di essere arrabbiata (non aggressiva, arrabbiata) è un diritto che tutt’ora viene riconosciuto poco, in generale, alle bambine come alle donne. Mostrarsi arrabbiate per qualcosa che ci sta a cuore, che ci indigna è considerato poco carino e fine; spesso ci viene ancora insegnato che occorre mostrarci morbide, accomodanti, mai sopra le righe. Ecco, il suo definirsi senza scusanti una bambina molto arrabbiata mi fa amare Bianca Pitzorno, se possibile, ancora di più.

Quello che affronta Mirca Casella ne Le voci segrete, è, naturalmente, un lavoro dal taglio diverso. Una ricchissima raccolta di saggi di analisi dell’opera pitzorniana – dagli esordi ai primi anni del nuovo secolo – che adotta come filo conduttore uno sguardo sulle bambine di carta, ma straordinariamente tridimensionali e vitali, create dall’autrice sassarese.

In un percorso rigoroso e al contempo accessibile, frutto di anni di ricerca, Casella attraversa 40 anni di libri e di eroine, dedicando particolare spazio all’analisi dei temi al centro della vastissima produzione di Bianca Pitzorno, nella loro complessità e nel loro reciproco intrecciarsi. Ma non solo. La ricercatrice analizza anche lo stile, la struttura delle narrazioni, mettendo in relazione viva l’universo pitzorniano con una vasta e variegata serie di riferimenti letterari, cinematografici, culturali in senso lato ed accompagnando il lettore in un viaggio di scoperta – o riscoperta – affascinante.

Impossibile riepilogare in poche righe le articolate riflessioni che Mirca Casella sviluppa in oltre trecento pagine. Solo a titolo di micro-spunti (spuntini?), posso condividere qualche elemento che va ad aggiungersi alla mia personale risposta alla domanda che campeggia in cima al post.

Pitzorno non ha nessuna remora nel porre al centro di molte sue narrazioni la problematica relazione di potere tra bambini e adulti. Le sue storie non sono mai, mai orientate a raccontare ai piccoli come diventare adulti. I suoi protagonisti sono bambine e bambini che rimangono pienamente tali. Sono portatori sani di un’irriducibile alterità rispetto al mondo adulto e se sono bersaglio di ingiustizie, pregiudizi o comportamenti ipocriti, trovano il modo di rompere gli schemi, smontare l’autoritarismo arbitrario, usando come armi l’ironia, lo scherzo, il paradosso.

L’autrice non ha nessun timore, da sempre,  anche riguardo al disvelare il proprio sguardo sulla società. Ma quando lo fa, il risultato non è mai didascalico né ideologico: la sua visione è lì, nello sfondo, nelle battaglie interiori e non delle sue bambine e ragazze, nel loro stare nel mondo. Un vibrante amore per la giustizia e un’insofferenza di fondo verso pregiudizi, ottusità, oppressione, soprusi, classismo e razzismo percorrono gran parte delle sue opere, sia quelle chiaramente connotate per il loro impegno civile, sia molte altre. Questi due elementi non basterebbero da soli, se non fossero sostenuti e accompagnati da un potente talento letterario e narrativo che affonda le sue radici profonde in una cultura umanistica molto estesa e da una vena creativa e sovversiva unica; ma a Bianca non manca niente di tutto questo, anzi.

Il volume comprende anche un capitolo autobiografico a cura della scrittrice stessa e una raccolta di risposte alle domande più frequenti che le vengono rivolte dai lettori. 

E voi, amiche e amici immaginari, che cosa amate di più nel mondo di Bianca Pitzorno?

Casella, M. (2006). Le voci segrete. Itinerari di iniziazione al femminile nell’opera di Bianca Pitzorno. Collana Infanzie, Mondadori

Pitzorno, B. (1995).Storia delle mie storie. Come e perché scrivere per bambini. Pratiche editrice

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