E se ci vestissimo tutti come ci pare?

The boy in the dress (Campione in Gonnella, nell’edizione italiana) di David Walliams, pubblicato nel 2008 e ispiratore di un film e di un musical, tocca con humour, ma senza superficialità, il tema del crossdressing e, più in generale, del non conformismo di genere nell’infanzia e nell’adolescenza.

Questo è il primo libro per ragazzi (il primo di una fortunata serie) dell’autore, precedentemente già noto nel Regno Unito come attore e sceneggiatore. Il suo stile, leggero e irriverente, ricco di dettagli umoristici nella caratterizzazione dei personaggi,   diventa, a tratti, tagliente e caricaturale (o politicamente scorretto, come nel ritratto del negoziante indiano, che ricorda il personaggio di Apu dei Simpson)  nel delineare alcuni degli adulti. Allo stesso tempo, Walliams arriva a toccare la ‘pancia’ del lettore quando ritrae le sfumature emotive legate al vissuto di Dennis e alla sua complessa relazione con il padre ed il fratello. Le illustrazioni di Quentin Blake arricchiscono ed impreziosiscono le pagine. 

Chi ha amato Billy Elliot ritroverà alcuni elementi familiari nell’ambientazione: un’anonima cittadina inglese negli anni ’80, una famiglia composta da un padre colletto blu (autista di camion)  chiuso nel suo dolore, una madre assente (in questo caso,  non causa morte, ma per abbandono del tetto coniugale) e due figli adolescenti, uno più grande, macho e arrabbiato, ed uno più giovane, anche lui sofferente, insicuro nei suoi stessi panni, alla ricerca di un suo posto nel mondo, ma anche di quelle parole, quel sostegno e quella tenerezza che non trova intorno a sé nel quotidiano.

Dennis ha 12 anni, è un asso sui campi da calcio ma coltiva anche una seconda passione, che va tenuta nascosta a casa e a scuola, ambienti apparentemente ad altissimo tasso di testosterone: gli piace la moda e al posto delle riviste porno nasconde rotocalchi patinati sotto il materasso. Sarà l’incontro con una compagna di scuola più grande, Lisa, a dargli la possibilità di condividere con qualcuno questo interesse, e anche a spingerlo a fare un passo in più. Lisa, per gioco e per assecondare un desiderio che percepisce nell’amico, gli fa provare alcuni abiti femminili. Il gioco si fa  più rischioso quando l’amica sfida Dennis ad uscire di casa vestito da ragazza, inventando per lui un alter ego femminile e portandolo in classe sotto le mentite spoglie di Denise, la sua amica di penna in visita dalla Francia. Un escamotage, questo, un po’ teatrale, a sottolineare come il ragazzino non possa mettersi un vestito senza fingersi anche una ragazza. Il travestimento verrà presto scoperto e duramente sanzionato da un cupo e perfido preside, che addirittura espellerà il giovane dalla scuola e dalla squadra di calcio (il che suona esagerato, ma ricordiamo che siamo negli anni ’80 e, soprattutto, in un’opera di finzione!). Grazie alla piccola ma forte rete di sostegno attivata da Lisa e dal migliore amico di Dennis, Darvesh, il giovane protagonista avrà il suo riscatto e verrà confortato dalla solidarietà dei suoi compagni di squadra (bello il flash mob organizzato da Lisa, che vedrà tutti i giocatori della squadra di Dennis scendere in campo in gonnella, per provocazione verso il rigido preside). Nell’affrontare le conseguenze della sua breve avventura come Denise, Dennis scoprirà di avere intorno a sé anche persone sensibili ed aperte, che non lo lasciano da solo in questo momento di difficoltà: alleati che sono in grado di “dare le ali” ad un adolescente che deve ancora definire la sua identità. Alla fine, le turbolenze legate a questo episodio avranno il potere di dare uno scossone al padre di Dennis, ricordandogli che non è stato il solo a soffrire per l’abbandono della moglie, ed avvicinandolo di nuovo ai figli, affrontando i tanti “non detti” emotivi che hanno pesato sulla loro vita.

Il finale è aperto: un’insegnante propone a Dennis la parte di Giovanna D’Arco in uno spettacolo scolastico. La sessualità e l’identità di genere del protagonista non vengono definite categoricamente. Il libro non si risolve con una diagnosi di disforia di genere; fino ad ora, e per ora, Dennis non ha messo in questione la propria identità come maschio. Continuerà ad indossare abiti femminili sul palcoscenico; non sappiamo se lo farà, di nascosto o meno, in altri contesti. Questo mi sembra uno statement importante: Dennis ha 12 anni e questo è, per lui, il tempo di crescere, cambiare, sperimentare per conoscersi,  non il tempo di cucirsi etichette addosso o mettersi in questione, se non ne sente il bisogno. Quello che conta è che, se sentirà del disagio o avrà necessità di aiuto, saprà di avere intorno a sé alcuni adulti capaci di ascoltarlo.

La sua caratterizzazione come campione di calcio, da una parte, può apparire come un elemento inserito per “rassicurare” il lettore adulto sulla sua conformità di genere e la sua eterosessualità (in base allo stereotipo del maschio sportivo per eccellenza, naturalmente): è vero, si veste da ragazza per gioco, ma è comunque un calciatore ed ha una cotta per la ragazza più popolare della scuola. Da un altro punto di vista, il fatto che Dennis ami al contempo lo sport e la moda può essere visto come un messaggio liberatorio: tutti, maschi e femmine, possiamo amare, essere, fare più cose insieme, al di là dei ruoli tradizionalmente legati al genere di appartenenza.

Ad essere messo in questione implicitamente è il tabù del ‘maschio che si veste da femmina’, come se il libro chiedesse al lettore perché mai è così scioccante che un ragazzo indossi un abito, cosa c’è realmente di male in questo. Perché un maschietto con la gonna risulta disturbante per molti, considerando che in molte altre società gli uomini indossano anche l’abito, e che pantaloni e salopette sono stati sdoganati per le bambine da decenni? Perché non possiamo vestirci tutti semplicemente come ci pare, e basta? Domande che percorrono il libro, lasciando che chi legge elabori in autonomia le proprie risposte.

La mia personale risposta è che un ragazzo con la gonna ha ancora, a prescindere,  un impatto forte nel nostro contesto perché l’imitazione del “femminile” è percepito da molti come un qualcosa di degradante o quantomeno farsesco. Come l’adozione di un ruolo subordinato/passivo (donna o uomo effeminato) da parte di chi dovrebbe rivestire un ruolo dominante/attivo; qualcosa che mina un implicito ordine sociale, che magari razionalmente non riconosciamo, ma che abbiamo in qualche modo assorbito. La divisione tra maschi e femmine (con associati stereotipi) è una delle categorie che assimiliamo nel profondo da bambini. Gli  stereotipi sono un meccanismo sano della mente, per conoscere e catalogare la realtà…anche se oltre una certa soglia sono dannosi, perchè non ritraggono davvero il reale, ma incasellano forzatamente cose e persone dentro categorie rigide. Tutti cresciamo con una certa idea (variabile nello spazio e nel tempo) di maschile e femminile, per cui è normale, in un certo senso, sentirsi destabilizzati quando qualcosa è dissonante rispetto a quanto abbiamo appreso. Il punto è che ci destabilizza molto di più un bimbo che a Carnevale si veste da Trilly, rispetto alla sua amichetta che sceglie il costume da Spiderman. In alcuni casi, ci allarma: si sentirà una femmina? Sarà gay? Perchè vuole proprio quel vestito? Domande che difficilmente ci poniamo quando una bambina si vuole travestire da supereroe o da Paperino.

Oggi cresce il numero di genitori/educatori che sanno che giocare a travestirsi non è necessariamente sempre segno di una disforia di genere o indice di un possibile orientamento omosessuale (che comunque è una cosa diversa) nei bambini piccoli e che reprimere questo tipo di curiosità è controproducente.

Allo stesso tempo, però, secondo molti osservatori, da alcuni anni stiamo assistendo ad una tendenza verso la ri-genderizzazione della sfera dei consumi infantili, quindi ad una enfatizzazione della differenza sessuale, a partire dai primi mesi di vita.

Giocattoli, abiti, accessori sono sempre più distinti (anche arbitrariamente, per esempio attraverso la colorazione rosa/azzurro di oggetti altrimenti identici, per ovvi motivi di marketing: giuro di aver visto dei bastoncini per le orecchie del bebè rosa e azzurri) per genere. Come un tentativo di riaffermare una divisione netta dei ruoli di genere, in tempi in cui questi sono già stati e sono messi ampiamente in discussione.
I risvolti in alcuni casi sono, a mio vedere, diseducativi: pensiamo alle cucine giocattolo e ai prodotti giocattolo per le pulizie rigorosamente rosa o fucsia, a ribadire il concetto che siano esclusivamente per bambine (è noto che non esistono cuochi maschi o uomini che preparino cena o puliscano casa). Senza entrare nello spinoso argomento dei giocattoli che simulano attività di cura: bambole, passeggini, ecc. (è noto che i maschietti non devono in alcun modo prepararsi ad un ruolo di genitore o ad una professione di cura). Su tutto questo nel Regno Unito sta lavorando in modo interessante la campagna “Let Toys Be Toys“.

Per tornare all’ambito dei vestiti: se visitiamo il reparto abbigliamento infantile di un grande magazzino in cerca di una maglietta per un/a  1enne, nella maggior parte dei casi troveremo lo spazio diviso nettamente in due. Da una parte colori scuri o decisi, immagini di eroi, mostri, macchine, esploratori,  più raramente personaggi buffi e simpatici, claim che fanno riferimento agli ambiti semantici della forza e del coraggio. Dall’altra, fucsia o colori pastello, glitter, animaletti teneri, fiori e farfalline, claim legati all’amicizia, alle coccole o all’ “essere carina”. In sostanza, ci stanno dicendo che nostro figlio sta crescendo a Sparta, nostra figlia nel paese dei Mini Pony-con-concorsi-di-bellezza e che no, non c’è una Terra di Mezzo. Quando cerchiamo qualcosa per un neonato, se siamo fortunati troveremo qualcosa di giallino o di altri colori in mezzo ad un mare di rosa e azzurro. E’ davvero necessario rimarcare questo confine,  questi stereotipi insidiosi, triti e ritriti (e con essi il principio di una netta divisione di genere) anche su una canottiera o un paio di calzini formato babypuffo?

Walliams, D. (2008). The Boy in the Dress. Harper Collins. Ed. italiana (2011): Campione in gonnella, Giunti.
Età consigliata: dai 10 anni.

Per approfondire:

Abbatecola, E., Stagi, L.(2017). Pink is the new black. Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia. Rosenberg & Sellier.

Lipperini, L. (2007). Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli.

4 pensieri riguardo “E se ci vestissimo tutti come ci pare?

  1. Un articolo davvero molto interessante, per chi come me sogna di potersi abbigliare con indumenti che non abbiano più una connotazione di genere. Come dire: rimango uomo, ma indosso la gonna, se mi piace farlo. Grazie.

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    1. Grazie a te! E’ un po’ il messaggio che mi sembra suggerire questo libro. So che l’argomento è delicato, la disforia di genere esiste e i bambini che la vivono hanno bisogno di un supporto speciale. Però sicuramente ci sono anche tante persone a cui semplicemente andrebbe di ‘giocare’ con l’abbigliamento, senza mettere in questione la propria identità/appartenenza di genere. Secondo me questa differenza rosa/azzurro, fiocchi/mostri (in gran parte motivata da ragioni di marketing) accentua in modo innecessario la nostra percezione di un divario tra “cose da maschi” e “da femmine”.

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      1. Assolutamente d’accordo! Nel mio caso si tratta proprio del desiderio di ‘giocare’ con l’abbigliamento senza minimamente mettere in discussione l’identità sessuale. Il gioco, in generale, è proprio la modalità che consente di elaborare modelli, di costruirne di nuovi, in questo caso di limitare i pregiudizi derivanti da fattori puramente estetici. Le differenze di genere, ad esempio, ci sono, ma sono ben più importanti e su piani molto più alti di ciò che appare in superficie.

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