In questo luglio lungo e impietoso, riuscire a leggere e scrivere nei ritagli di tempo, soprattutto notturni, mi è stato difficile.
Oggi però vi vorrei raccontare di due libri a figure che ho incontrato uno qualche mese fa, uno da pochissimo perché è una nuova uscita, tra ai quali vedo (forse con una visione alterata dalle ondate di calore) un fil rouge, insomma, un qualcosa in comune.
Sono due libri che mettono al centro, in modi molto diversi, le narrazioni e l’immaginazione.
1.La prima storia che abbiamo raccontato di Rafael Yockteng e Jairo Buitrago (Terre di Mezzo editore)

Questo è un silent book arrivato in Italia nel 2024 che ci trasporta in un mondo lontanissimo. Seguiamo un gruppo nomade di ominidi del Pleistocene nei suoi spostamenti in cerca di cibo e di un rifugio. Il pianeta, il nostro, è giovane e sorprendente e gli esseri umani sono piccoli e vulnerabili, ma anche competenti e arditi, nel relazionarsi con l’ambiente nel quale vivono immersi. Un ambiente per molti versi ostile, dal quale però dipendono, in una relazione di necessaria simbiosi.

Donne, uomini e bambini si muovono tra vulcani attivi, intemperie, mandrie di bisonti e animali giganteschi – la megafauna di questa epoca, che comprende tigri dai denti a sciabola, mammut lanosi e bradipi giganti, tra gli altri. Creature oggi fantastiche, che agli occhi dei piccoli ominidi appaiono ancora più grandi e impressionanti.
A volte i nostri sono furbi e veloci quanto basta, altre no, e dalla morte, questo mistero infinito, non c’è ritorno. Questo gruppo umano ha le sue dinamiche già articolate ed è un gruppo nel quale ci si prende cura degli altri, per esempio quando qualcuno viene ferito. Uno snodo importante della nostra preistoria.

Le tavole in bianco e nero scorrono con un taglio cinematografico, accompagnandoci a seguire il gruppo mentre cerca di cavarsela nelle situazioni più estreme – almeno ai nostri occhi – in una continua battaglia per la vita.
Tra una caccia, una fuga e la scalata di una montagna, c’è una ragazzina, grande osservatrice, una creatura curiosa capace di meravigliarsi.
E una sera, quando il gruppo approda in una grotta dopo l’ennesima giornata campale, succede qualcosa di nuovo. Uno snodo folgorante. La ragazzina inizia a tracciare dei segni sulle pareti della grotta, e davanti agli occhi incantati dei suoi compagni, prende vita attraverso il suo sguardo e le sue mani una narrazione.

La ragazza disegna i mammut, i bisonti, le tigri, tutto ciò che il gruppo ha affrontato per arrivare fino a quel punto. Alla luce del fuoco accade un evento straordinario. Nasce la capacità di raffigurare la realtà e al contempo di raccontare il passato, di ricordare i morti, di rielaborare i fatti della vita, compresi quelli spaventosi.

Gli esseri umani stanno imparando a raccontare.
2. Infanzia di Maurizio Braucci e Mara Cerri (Orecchio acerbo editore)
Questo è un albo nuovo di zecca ed enigmatico che ci porta, invece, in una Napoli tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, si direbbe, attraversata da profonde differenze sociali. Una scuola “per ricchi” condivide con un scuola cattolica “per poveri” il suo teatro e i ragazzini si mescolano sulla scena, tra un cancan e una rappresentazione sacra. Cambiando forma, foggia degli abiti, età, corpo, per la durata di una recita.

Tra di loro c’è Michele. Che ha un’età nella quale è ancora possibile camminare sulla soglia tra mondo tangibile ed immaginato, lasciarli contaminare a vicenda.

Michele cresce in un’epoca ed un contesto nella quale bambini e bambine, soprattutto i maschi probabilmente, godono di parecchia libertà. Liberi di giocare ore per strada, nei cortili, autonomi nell’orientarsi nel loro quartiere. Un po’ sorvegliati da una rete sociale ancora a maglie strette, un po’ lasciati a se stessi. A cavarsela, a gestire anche conflitti o prepotenze.
Proprio tra i vicoli prende vita una fantasia, un gioco che terrà a lungo impegnati Michele e i suoi amici. Una mano misteriosa che spunta da un canale e sulla quale bambini e bambine ricamano le storie più spaventose.

Michele abita una terra di confine. Con un piede cammina nel suo vicolo, con un altro sfiora quello che c’è oltre il velo, oltre la soglia. Sa ancora vedere la realtà trasfigurata attraverso il suo universo interiore di immaginazione.
E qui il teatro e la scuola quando sa dare spazio a questa dimensione, diventano rifugi dove custodire e nutrirne la fiamma attraverso le storie e la loro messa in scena.
Luoghi che sanno riconoscere questo potere magico dell’infanzia. Quello di uno sguardo che sa stare in due mondi.
